21. Il Canone della Messa

XXI – CANONE DELLA MESSA

Terminato il Prefazio, risuona il Sanctus e allora il sacerdote entra nella nube. La sua voce non si udrà più finché la grande preghiera non sarà terminata. Essa ha ricevuto il nome di Canon Missae, cioè “regola della Messa”, perché tale parte è veramente ciò che costituisce la Messa: è ciò che si può definire la Messa per eccellenza. Termina al Pater noster, e il sacerdote, che ha concluso ad alta voce le preghiere dell’Offertorio, completerà questa nel medesimo modo, facendo udire le parole: Per omnia saecula saaculorum. I fedeli rispondono Amen, ossia: “approviamo tutto ciò che hai detto e fatto, perché abbiamo, come te, l’intenzione di far venire il Signore, perciò ci associamo a tutte le tue azioni”. Il sacerdote, dunque, dice a bassa voce tutta la grande orazione del Canone, ed anche la parola Amen che conclude le diverse orazioni che compongono tale preghiera. Una sola volta alza un po’ la voce, ma non dirà che alcune parole per confessarsi peccatore, egli e quelli che lo circondano: nobis quoque peccatoribus.
Nel secolo XVII gli eretici giansenisti vollero introdurre la pratica di recitar il Canone della Messa a voce alta. Ingannato da essi, un successore di Bossuet, il cardinal de Bissy, aveva lasciato mettere la R. impressa in carattere rosso nel Messale che aveva fatto comporre per la sua Chiesa, secondo un diritto che i vescovi di Francia s’immaginavano allora d’avere. Questa R, in rosso significava naturalmente che il popolo doveva risponder ad alta voce con la parola Amen alle orazioni, e siccome non si può risponder a ciò che non si ode, bisognava di conseguenza che il sacerdote dicesse a voce alta tutto il Canone, che era precisamente ciò che desideravano i giansenisti. Questa pericolosa innovazione suscitò vive ed energiche proteste, ed il cardinal de Bissy stesso corresse questo suo errore.
Le diverse orazioni che compongono il Canone sono molto antiche, ma non risalgono ai primi tempi della Chiesa. Ciò è provato dal fatto che tutta l’officiatura divina si faceva inizialmente in greco, lingua, a quell’epoca, molto più usata di quella latina. Dobbiamo dunque credere che dette orazioni siano state composte verso il II secolo o nei primi anni del III. Tutte le Chiese hanno il loro Canone, il quale, se differisce un poco nella forma, è in sostanza sempre il medesimo, e la dottrina espressa nei diversi riti s’accorda spesso con quella che noi esprimiamo nel rito latino. Prova ammirabile dell’unità della fede, qualunque sia il rito.
La prima lettera della prima orazione del Canone è una T, che equivale al Tau degli Ebrei e che, per la sua forma, rappresenta la croce. Nessun altro segno poteva meglio porsi all’inizio di questa grande preghiera, nella quale si rinnova il Sacrificio del Calvario. Pertanto, quando si cominciarono a scrivere quei magnifici Sacramentari, arricchiti di disegni e d’illustrazioni d’ogni specie, si volle adornar il Tau e s’ebbe l’idea di mettere sulla croce che forma questa lettera l’immagine di Cristo. A poco a poco il disegno s’ingrandì e si finì per rappresentare tutta la scena della crocifissione; e, per quanto grande fosse questo disegno, serviva sempre da prima lettera all’orazione Te igitur. Alla fine si decise che, per l’importanza del soggetto, poteva farsi di essa una stampa a parte. E infatti così si fece, tanto che oggi non v’è un solo Messale completo che non abbia, nel foglio antecedente a quello in cui comincia il Canone, l’immagine di Cristo crocifìsso. E ciò deriva, dunque, semplicemente dalla prima illustrazione degli antichi Sacramentari.
Quanto all’importanza del Tau o T vediamo che se ne parlava già nell’Antico Testamento. Ezechiele dice, a proposito degli eletti, che tutti coloro che Dio vorrà riserbare per sé dovranno essere segnati in fronte col segno del Tau, fatto col sangue della vittima, e tutti costoro saranno risparmiati (9,4-6). La ragione di ciò si fonda nell’essere tutti salvati dalla croce di Gesù Cristo, la quale aveva la forma del segno Tau. Anche nella Cresima, il vescovo fa il segno del Tau con l’olio santo sulla fronte dei cresimati.
La croce di Nostro Signore aveva la forma di Tau, cioè della T. In cima, per sostenere l’iscrizione, si aggiunse un altro pezzo di legno (che completa la forma della croce come la vediamo oggi) poiché san Giovanni ci dice che la causa della morte di Nostro Signore fu posta per iscritto sulla croce: Scripsit autem et titulum Pilatus, et posuit super crucem (19,19).
Tale è l’importanza di questa lettera con cui comincia la grande preghiera del Canone.

TE IGITUR

Te igitur, clementissime Pater, per Jesum Christum, Filium tuum, Dominarti nostrum, supplices rogamus ac petimus.
Il sacerdote, dopo il Sanctus, allarga le braccia e le innalza; poi, congiungendo le mani, leva gli occhi al cielo e subito li riabbassa. Allora, profondamente inchinato, con le mani giunte e appoggiate sull’altare, dice: Te igitur, clementissime Pater.
Queste parole Te igitur indicano una sorta di congiunzione, mostrando che il sacerdote è dominato da un solo pensiero, quello del Sacrificio. “Ora che già ti appartengo”, sembra dire a Dio (tutte queste preghiere s’indirizzano al Padre, come abbiamo notato sin dall’inizio), “ora che i fedeli hanno rimessi i loro voti e desideri nelle mie mani, tutti insieme ti supplichiamo in nome di questo divin Sacrificio”.
Poi bacia l’altare, per dare più espressione alla sua preghiera, e continua dicendo: uti accepta habeas et benedicas, congiungendo le mani. Quindi si appresta a fare per tre volte il segno di croce sulle cose offerte, aggiungendo: haec dona, haec munera, haec sancta sacrificia illibata, “sì, questo pane e questo vino che ti sono stati offerti sono veramente puri; degnati, dunque, benedirli e riceverli; ma benedicili non come pane e vino materiale, ma considerando il Corpo e il Sangue di Cristo in cui saranno trasformati”. E per meglio mostrare che ha di mira il Cristo, il sacerdote fa il segno di croce sul pane e sul vino.
Di nuovo allarga le braccia e prosegue: In primis, quae tibi offerimus prò Ecclesia tua sancta cattolica. L’intenzione prima, quando si dice la Messa, è per la santa Chiesa, perché non v’è nulla di più caro a Dio che la sua Chiesa. E quando si parla della sua Chiesa, Dio è infallibilmente colpito.
Quam pacificare, custodire, adunare et regere dignerìs foto orbe terrarum. La parola adunare ci manifesta qui l’intenzione di Dio il quale vuole che la sua Chiesa sia una, come Egli stesso dice nella Sacra Scrittura: Una est columba mea (Ct 6,8). Entrando appieno nelle sue mire, gli chiediamo che la Chiesa rimanga sempre una, e che nulla venga a scindere la veste inconsutile di Cristo. Come nel Pater noster la prima cosa che Nostro Signore ci fa chieder è questa: Sanctificetur nomen tuum, “sia santificato il tuo nome”, insegnandoci in tal modo che gl’interessi e la gloria di Dio devono precedere tutte le cose, così la sua gloria, a proposito della sua Chiesa, si antepone qui a tutto: in primis. Chiediamo per essa la pace, chiediamo che sia conservata e ben governata su tutta la terra. Quindi il sacerdote aggiunge: Una cum famulo tuo Papa nostro N. et Antistite nostro N. et omnibus orthodoxis, atque catholice et apostolicae fidei cultoribus. Come si vede non vi è una sola Messa che non sia proficua a tutta la Chiesa; tutti i suoi membri partecipano di essa, e si ha cura, in quest’orazione, di nominarli specificatamente. In primo luogo si nomina il Vicario di Cristo sulla terra e, quando si pronunzia il suo nome, si fa un inchino di testa per onorare Gesù Cristo nel suo Vicario. Se la Santa Sede fosse vacante, questa menzione sì ometterebbe.
Quando il Papa celebra la Messa, sostituisce le parole che sono nel Messale con le seguenti: Et me indigno servo tuo… Il vescovo fa lo stesso per sé perché dopo il Papa, il Messale ricorda il vescovo della diocesi del luogo dove si celebra la Messa, affinchè ovunque la santa Chiesa sia rappresentata per intero. A Roma non si fa menzione del vescovo, poiché il vescovo di Roma è il Papa.
Ma, affinchè siano nominati tutti i suoi membri, la Chiesa parla qui di tutti i fedeli usando la parola cultoribus, cioè “tutti coloro che sono fedeli cultori della fede della santa Chiesa”, poiché è necessario praticare questa fede per essere compresi nel numero di coloro dei quali la santa Chiesa fa menzione; bisogna altresì esser ortodossi, come essa dice chiaramente: omnibus orthodoxis, cioè “professare integra la fede cattolica, la fede che abbiamo ricevuto dagli Apostoli”. La Chiesa, insistendo su quelle parole: omnibus orthodoxis, atque catholicse et apostolicae fidei cultoribus, vuoi farci intendere che non prega qui per coloro che non hanno fede, per quelli che non pensano con la Chiesa e non hanno la fede predicataci dagli Apostoli.
Dai termini che adopera la Chiesa, comprendiamo quanto la Santa Messa s’allontani dalle devozioni private. Deve dunque venire prima di tutte, e le sue intenzioni devono essere rispettate. Così la Chiesa fa partecipe di questo grande Sacrificio tutti i suoi membri; questo fa sì che, se il santo Sacrificio della Messa cessasse, non tarderemmo a ricadere nell’abisso di depravazione in cui si trovavano i pagani, e questa sarà l’opera dell’Anticristo. Questi metterà in pratica tutti i mezzi possibili per impedire la celebrazione della Santa Messa, affinchè questo grande contrappeso sia abbattuto, e così1 Dio metta fine a tutte le cose, non avendo più ragione di farle sussistere.
Ciò sarà facilmente comprensibile se osserviamo che, dopo il protestantesimo, in seno alle società la forza è notevolmente diminuita. Sono scoppiate guerre sociali dovunque, portando con sé la desolazione, e questo unicamente perché l’intensità del Sacrificio della Messa è diminuita. È il preludio di ciò che avverrà quando il diavolo e i suoi satelliti usciranno scatenati per tutto il mondo, portando dappertutto il terrore e la desolazione, come ci avverte il profeta Daniele. A forza d’impedire le ordinazioni e di far morire i sacerdoti, il diavolo impedirà la celebrazione del grande Sacrifìcio, e allora verranno i giorni della desolazione e del pianto.
E non bisogna meravigliarsene, perché la Santa Messa è un grande evento per Iddio come per noi. Questo evento straordinario torna direttamente alla sua gloria. Come potrebbe disconoscere la voce di questo Sangue mille volte più eloquente di quello di Abele? È obbligato a prestarle una speciale attenzione, perché la sua gloria v’è interessata, e perché è il suo stesso Figlio, il Verbo eterno, Gesù Cristo, che s’offre come Vittima e che prega per noi il Padre suo.
Così, dunque, dobbiamo sempre considerare tre cose nella Santa Eucaristia: anzitutto il Sacrifìcio che da gloria a Dio; poi il Sacramento che è alimento delle anime nostre; infine, il possesso di Nostro Signore che è la nostra consolazione in questo esilio. Il semplice possesso di Nostro Signore, che ci consente di adorarlo con facilità, è minore del Sacramento o della Comunione; la Comunione è minore del Sacrificio poiché in essa si tratta soltanto di noi; ma, quando queste tre cose si trovano unite insieme, allora tutto è completo e si realizza pienamente il fine che Nostro Signore si propose nell’istituire l’Eucaristia.
Senza dubbio, se ci fosse stato concesso solamente di poter adorar il Signore, presente in mezzo a noi, sarebbe stato già molto, ma c’è stato dato molto di più nella Comunione. Tuttavia, il Sacrificio rimane ben al di sopra di questi due primi benefici. Infatti, attraverso il Sacrificio possiamo agire su Dio stesso, senza ch’Egli abbia il diritto d’esser indifferente ad esso, poiché, altrimenti, attenterebbe alla sua stessa gloria.
E, siccome Dio ha fatto tutto per la sua gloria, presta attenzione al Sacrificio della Messa e accorda, in un modo o nell’altro, ciò che gli viene domandato. Così neppure una sola Messa si celebra senza che si compiano i quattro fini di questo gran Sacrificio: l’adorazione, il ringraziamento, la propiziazione e l’impetrazione; e ciò perché Dio vi si è obbligato. Quando Nostro Signore, insegnandoci a pregare, diceva: Sanctificetur nomen tuum, era già molto, e questa domanda riguarda grandemente la gloria di Dio. Ma nella Santa Messa abbiamo molto di più: possiamo dire a Dio che non ha il diritto d’ignorar il Sacrificio perché in esso è Gesù Cristo che si offre e non può far a meno d’ascoltare, perché è Gesù Cristo che prega.
In passato si metteva nel Canone, dopo il nome del vescovo, quello del re: et Rege nostro N. Da quando san Pio V ha composto il Messale attualmente in uso, questo nome si omette, fondandosi questa decisione di quel Pontefice sulle differenze di religione dei prìncipi, sorte dopo il Protestantesimo. Attualmente c’è bisogno d’un permesso particolare di Roma per menzionar il re nel Canone. La Spagna lo domandò sotto Filippo II e l’ottenne. In Francia, il parlamento di Tolosa e quello di Parigi, offesi perché il re non era nominato nel Messale di san Pio V, ne proibirono la stampa. Nel 1855 Napoleone III domandò al Papa l’autorizzazione d’essere nominato nel Canone della Messa, e gli venne accordato.
La prima e la seconda orazione del Canone della Messa non hanno né conclusione né Amen

MEMENTO DEI VIVI

Memento, Domine, famulorum famularumque tuarum N. et N., “Ricordati, o Signore, dei tuoi servi e serve N. e N.”. Il sacerdote, congiungendo le mani, fa menzione in silenzio di coloro che ha intenzione di raccomandare.
Il sacerdote ha dunque inizialmente pregato per la santa Chiesa in generale, per il Papa, per il vescovo e per tutti i cattolici ortodossi, cioè per tutti coloro che vivono nella fede della santa Chiesa. Il santo Sacrificio, i cui frutti sono infiniti, opera tuttavia in modo speciale per quelli che sono oggetto d’una supplica particolare. Ecco perché il sacerdote ha il permesso di menzionare qui tutti coloro che desidera raccomandar a Dio in modo speciale. La Tradizione ci dice che in ogni tempo il sacerdote ha avuto la facoltà di pregare con particolare fervore per coloro che più l’interessavano, perché fossero loro applicati in modo speciale i frutti del santo Sacrificio, senza pregiudizio dell’intenzione principale.
Allargando di nuovo le braccia, il sacerdote continua la sua preghiera e dice: Et omnium circumstantium, quorum tibi fides cognita est et nota devotio. Prega per tutti coloro che sono presenti e che lo circondano, perché la fede ha fatto lasciar loro tutte le cose per venire a riunirsi intorno all’altare e, di conseguenza, hanno diritto ad una parte molto speciale nel Sacrificio. Ecco perché, per quanto è possibile, è conveniente assister alla Messa. Ma bisogna assistervi con fede e devozione, perché lo stesso sacerdote dice: quorum tibi fides cognita est et nota devotio.
È chiaro che il sacerdote non può dire questo a Dio a proposito di quei cristiani che stanno nella Chiesa come starebbero in qualunque altro luogo, senza preoccuparsi affatto di ciò che accade sull’altare, e vi stanno in modo più o meno sconveniente per tutto il tempo che dura la celebrazione del santo Sacrificio. Solo coloro che hanno fede e devozione – quorum tibi fides cognita est et nota devotio – sono quelli che, quando vi assistono, partecipano ai frutti della Santa Messa.
In quanto a quelli che sono legittimamente impediti ad assister al santo Sacrificio, se si uniscono ad esso col desiderio, con fede e devozione, quantunque siano lontani partecipano di tutti i suoi frutti, al pari di coloro che vi sono presenti corporalmente.
Il sacerdote, salendo all’altare, non deve farsi del santo Sacrificio un’idea personale e limitata. No, egli in questo momento ha tra le sue mani tutta la Chiesa e prega con le braccia allargate come pregava Nostro Signore nell’offrire il suo Sacrificio per tutto il genere umano.
Il sacerdote insiste su tutte queste raccomandazioni dicendo a Dio che offre il Sacrificio per quelle persone: prò quibus tibi offeri-mus: vel qui tibi offerunt hoc sacrificium laudis, “per le quali ti offriamo ed esse stesse ti offrono questo sacrificio di lode”. La Chiesa adopera l’espressione “sacrificio di lode”, sacrificium laudis (più pertinente tuttavia alla salmodia), perché la Santa Messa si celebra anche a lode e ad onore di Dio. Si tratta inoltre d’un’epressione che spesso s’incontra nella Bibbia.
Per chi si offre il Sacrificio? Il sacerdote, parlando sempre di coloro che ha menzionato, continua il suo pensiero e aggiunge: prò se suisque omnibus: prò redemptione animarum suarum, prò spe salutis et incolumitatis suae, “per sé e per tutti i suoi, per la redenzione delle loro anime, ecc.”. Così il Sacrificio abbraccia tutto, si estende a tutto. In questa enumerazione figura in primo luogo l’anima, con la formula di petizione che s’incontra spessissimo nelle carte di fondazione durante il Medioevo. Poi la Chiesa si occupa del corpo, e chiede a Dio di mantenerlo sano e saldo in mezzo ai pericoli che l’attorniano: incolumitatis suae. Quindi il sacerdote termina presentando al Dio vivente i voti e le suppliche di tutti i fedeli, in questi termini: tibique reddunt vota sua aeterno Deo, vivo et vero.
Non può il sacerdote pregare qui né per gli infedeli, né per i Giudei e neppure per gli eretici, unicamente perché, a motivo della loro eresia, sono scomunicati e, di conseguenza, fuori della Chiesa Cattolica. Non prega neppure per coloro che, senz’esser eretici, sono tuttavia scomunicati. Sarebbe una profanazione il nominarli nel corso del santo Sacrificio. Si può pregare per essi in segreto, ma non nelle preghiere ufficiali. Sono esclusi dal Sacrificio, poiché sono fuori della Chiesa; di conseguenza è impossibile menzionarli nel corso di essa.

COMMUNICANTES

La Chiesa militante non vuoi salire sola all’altare. Ha parlato a Dio del Vicario di Gesù Cristo sulla terra, del vescovo preposto al governo della diocesi, di tutti i cattolici. Ora menziona un’altra categoria di persone che non appartengono più alla Chiesa militante, bensì alla Chiesa trionfante. Considera, e a ragione, che quelli che godono già della gloria nella Chiesa trionfante non per questo sono separati da lei, ma, al contrario, le sono più intimamente uniti in una medesima ed unica Chiesa. Questa Chiesa, è vero, si divide in Chiesa trionfante, purgante e militante, ma tutte e tre sono una medesima ed unica Chiesa. Bisogna dunque presentarsi a Dio non solamente con i santi della terra, ma anche con i Santi del cielo, di conseguenza il sacerdote aggiunge: Communicantes, et memoriam venerantes…, “Sì, veneriamo quelli che nomineremo, ed onoriamo la loro memoria”, perché sono giunti alla gloria e possiedono Dio per sempre. Noi siamo uniti a loro e con loro siamo in comunicazione diretta, formando una sola cosa con loro nel Sacrificio. E chi sono? In primis gloriosae semper Virginis Marìae, Genitricis Dei et Domini nostri Jesu Christi. “Innanzitutto”, la Santissima Vergine ha il diritto di ricever un onore particolare, e la Chiesa non manca mai di tributarglielo, come esprime qui attraverso l’espressione in primis. “In primo luogo”, dunque, dobbiamo parlare di Maria Santissima. Sì, di Maria che è stata ed è sempre Vergine: Vergine prima del parto, Vergine nel parto, Vergine dopo il parto. Inoltre è vera Madre di Dio, che è al tempo stesso Nostro Signore Gesù Cristo. Per tutti questi titoli ha ben diritto d’esser oggetto d’una special menzione. Sed et beatorum Apostolorum ac Martyrum tuorum… La Chiesa fa qui menzione degli Apostoli e dei Martiri di Cristo; ma non dice i nomi dei Martiri se non dopo aver elencato quelli degli Apostoli, che sono qui tutti nominati, ad eccezione di san Mattia, che sarà menzionato più avanti, nella seconda lista, dopo la Consacrazione.
Queste liste portano il nome di dìttici, perché anticamente erano scritte sopra cartoni separati, ornati d’avorio, che si piegavano in due. Ve n’erano diversi: sopra uno di essi erano scritti i nomi dei Santi dei quali si faceva una speciale menzione, su di un altro v’erano i nomi del Papa, del patriarca da cui si dipendeva, del vescovo della diocesi, ecc. Qualche volta se ne trovava aggiunto un terzo, quando nel primo non si faceva menzione del principe cattolico regnante nel paese né dei suoi figli. Infine, un altro dittico conteneva i nomi delle persone che avevano fondato quella Chiesa, l’avevano dotata o le avevano reso qualche altro servigio speciale. Nei dittici, dunque, si enumeravano tutti questi nomi, cosa che a volte risultava essere lunghissima. Se accadeva che alcune delle persone iscritte nei dittici incorreva nell’eresia, il suo nome si cancellava e vi era riammesso soltanto dopo la riconciliazione con la santa Chiesa. Questi usi finirono per cadere, poiché v’erano molte persone che volevano far valer i loro diritti per esser iscritti nei dittici, fatto che finiva per esser un peso. Si stabilì, dunque, di non ammettere che un certo numero di Santi e si determinarono le liste che abbiamo attualmente nel Messale; queste liste ricordano gli antichi dittici.
Nel Communicantes, come nel Confiteor, non si menziona san Giuseppe (13), perché la devozione a questo Santo benedetto era riservata agli ultimi tempi, ed anche perché nei primi secoli la Chiesa preferiva rendere gli onori del culto ai suoi Apostoli e ai suoi Martiri. Inoltre, una volta fissata la forma del Canone, la Chiesa non voleva che si toccasse né modificasse in nulla, neppure nei dettagli, una preghiera liturgica consacrata e stabilita fin dall’antichità cristiana; e, manifestando in questo come in tutto la sua prudenza, si è limitata ai Santi qui menzionati: sed et beatorum Apostolorum ac Martyrum tuorum.
Petri et Pauli. Il pensiero del sacerdote è di esser in unione con tutti questi Santi e di onorarne la memoria. Nomina insieme san Pietro e san Paolo, perché questi due Santi vengono ad essere come uno solo, appartenendo ambedue alla Chiesa romana, fondata grazie alle loro fatiche. Seguono gli altri Apostoli Andreae, Jacobi, Giacomo il maggiore, Joannis, Giovanni il prediletto, Thomee, Jacobi, Giacomo il minore, Philippo, Bartholomasi, Matthaei, Simonis et Thaddaei: Taddeo, detto anche Giuda.
Tutti i Santi fin qui nominati appartengono al Vangelo, ma la Chiesa appartiene a tutti i tempi e, per dimostrarcelo, ha creduto bene collocar accanto a quelli menzionati, che sono il fondamento della Chiesa, altri nomi che sono per essa ugualmente degni di stima e di venerazione. Perciò seguono immediatamente i tre papi: Lini, Cleti, Clementis. Lino, Cleto, Clemente erano stati ordinati tutti e tre da san Pietro; alla morte dell’Apostolo, dunque, a Roma v’erano tre vescovi. Pietro aveva designato Clemente per suo successore, ma questi seppe sottrarsi a tale carica, sebbene alla fine si vide obbligato ad accettarla. Víè chi crede che successe a san Lino, e che san Cleto fu il terzo sulla cattedra di Pietro.
Xysti, ecco ancora un papa: san Sisto II, colui che aveva per diacono san Lorenzo. È celeberrimo e fu decapitato nel cimitero di Pretestato. Porta anche il nome di san Sisto il cimitero di Callisto, dove si trova la cripta di santa Cecilia. Dopo Sisto viene Cornelio: Cornelii, il cui epitaffio è stato trovato nelle catacombe, dal cavaliere De Rossi; questo epitaffio era in due pezzi, uno portava scritto Core l’altro nelius.
Dopo questi Papi viene Cipriano, vescovo di Cartagine: Cypriani. È stato inserito nei dittici col suo amico san Cornelio papa.
Laurentii, è il gran diacono Lorenzo, che appartiene, come i precedenti, alla persecuzione di Valeriano. Quello che segue, Chrysogoni, appartiene alla persecuzione di Diocleziano. Quanto ai santi Joannis et Pauli, sono d’epoca più recente, perché patirono sotto Giuliano l’Apostata.
Infine, Cosmae et Damiani, ambedue medici, non erano romani, ma i loro corpi col passar del tempo furono trasportati a Roma. Subirono il martirio sotto Diocleziano. Questi due Santi chiudono la lista adottata dalla Chiesa in quest’orazione, che ha inizio con la parola Communicantes, senza che sia permesso aggiungerne alcun altro.
La santa Chiesa termina questa preghiera nominando tutti i Santi per i meriti dei quali si raccomanda a Dio: et omnium Sanctorum tuorum; quorum merìtis precibusque concedas, ut in omnibus protectionis tuae muniamur auxilio.
Così si conclude questa terza orazione che è, come le prime due, una preghiera di raccomandazione. All’inizio il sacerdote ha pregato per la santa Chiesa, per il Papa, per il vescovo, per i cattolici, e poi per coloro secondo le cui intenzioni si offre il santo Sacrificio. Ha quindi aggiunto le persone che l’interessano in modo speciale e per ultimo ricorda a Dio l’unione della Chiesa militante e della Chiesa trionfante, facendo udire sull’altare i nomi dei Santi. Queste tre orazioni, cioè il Te igitur, il Memento dei vivi e il Communicantes, formano un tutt’uno; perciò, alla fine di questa terza preghiera, il sacerdote, congiungendo le mani, aggiunge: Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen. Egli medesimo risponde Amen a voce bassa, e più non s’udrà la sua voce sino al Paternoster.

NOTE

13) II nome di san Giuseppe è stato inserito nel 1962 con il decreto De S. Ioseph nomine Canoni Messae inserendo del 13 novembre 1962. Cf. Acta Apostolicae Sedis LIV(1962), p. 873.

HANC IGITUR

Terminata l’orazione precedente, il sacerdote, tenendo le mani stese sulle cose offerte, cioè sull’ostia e sul calice, fa una nuova preghiera. Questo atteggiamento, che ha la sua origine nella legge antica, è degno d’essere notato. Quando si presentava al tempio una vittima che doveva esser offerta, il rito dell’imposizione delle mani aveva un duplice significato e una duplice efficacia. La vittima, mediante questa cerimonia, rimaneva per sempre esclusa dall’uso profano e consacrata al servizio e all’onore di Dio. Il Signore prendeva possesso dell’ostia, qualunque essa fosse. Ora la Chiesa, dopo aver già nell’Offertorio separato il pane e il vino dall’uso profano ed averli presentati a Dio, v’insiste ancora, adesso che si avvicina la Consacrazione. Il sacerdote aspetta con santa impazienza questo momento e, perché la sua oblazione sia favorevolmente accolta dinanzi al trono di Dio, stende le mani sul pane e sul vino e dice queste parole: Hanc igitur oblationem servitutis nostrae, sed et cunctaa familiaa tuae, quaesumus, Domine, ut placatus accipias: diesque nostros in tua pace disponas, atque ab aeterna damnatione nos eripi, et in electorum tuorumjubeas grege numerari. In tal modo, offrendo il santo Sacrificio della Messa, e specialmente in questo momento in cui designa la sua offerta, il sacerdote prega per se medesimo, per tutti coloro che sono presenti e per tutti coloro che gli sono uniti. Chiede che ci sia data la pace in questo mondo, che siamo liberati dall’inferno e che godiamo della gloria del cielo insieme con gli eletti.
In quest’orazione v’è una significativa aggiunta. Inizialmente, infatti, la santa Chiesa non aveva inserito le parole: diesque nostros in tua pace disponas. È stato il papa san Gregorio Magno ad aggiungerle durante l’assedio di Roma da parte dei Longobardi, allorché la città si trovava in estremo pericolo. La Chiesa ha creduto bene di continuar a domandare la pace anche per i tempi presenti, avendo cura di non sopprimere queste parole ispirate al santo Papa dallo Spirito Santo, che spesso, nelle circostanze gravi – secondo la testimonianza del suo segretario Giovanni – si rendeva visibile sotto forma di colomba, stando vicino alla testa di san Gregorio e dicendogli all’orecchio ciò che doveva dire o fare. Quest’orazione si con elude con: Per Christum Dominum nostrum, che il sacerdote dice ricongiungendo le mani, aggiungendo ancora a voce bassa: Amen.

QUAM OBLATIONEM

Qui ha inizio la magnifica orazione che si prolunga sino al Memento dei defunti e che racchiude il sublime mistero della transustanziazione. Ecco ciò che dice il sacerdote: Quam oblationem tu, Deus, in omnibus, quaesumus, benedictam, adscriptam, ratam, rationabilem, acceptabilemque facere digneris… La santa Chiesa continua ad occuparsi dell’oblazione, pregando Dio di benedirla (benedictam), ed il sacerdote fa su di essa il segno di croce, affinchè, santificata da questo segno, sia accetta al Signore; adscriptam (ancora un segno di croce): quest’oblazione è talmente importante che deve essere “registrata”, cioè che bisogna ben considerarla; ratam (un ultimo segno di croce), deve essere ratificata, approvata e confermata in cielo come cosa buona e conveniente; infine, questa oblazione deve essere rationabilem (14)
Per comprendere tutto questo, bisogna ricordarsi ciò che erano le vittime dell’antica legge, vittime, dopo tutto, grossolane, figure, la cui grandezza procedeva dalla relazione esistente tra esse e il Sacrificio della croce. Il pane e il vino, o – anticipando con la Chiesa l’effetto dell’augusta Consacrazione – il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, sono qui la vera Vittima, l’oblazione spirituale che rende per sempre superflui e sterili gli altri sacrifici.
È in questo senso che san Paolo, scrivendo ai Romani, dice loro che devono offrire a Dio nelle loro persone un’ostia interiore e veramente spirituale: Obsecro vos, fratres, per misericordiam Dei, ut exhibeatis corpora vestra hostiam viventem, sanctam, Deo placentem, rationabile obsequium vestrum, «Voi che siete cristiani – dice l’Apostolo – dovete offrire a Dio non solamente le vostre anime, ma anche i vostri corpi, come ostia vivente, santa, gradita a Dio e ragionevole, cioè spirituale, in opposizione alle vittime della legge antica» (Rm 12,1). Così, dunque, il cristiano deve offrire a Dio persino il suo corpo, facendolo partecipar alla preghiera, praticando il digiuno e la penitenza, per impedire che segua continuamente le tendenze della materia; in una parola, deve far in modo che la parte inferiore del suo essere s’innalzi sino ad unirsi senza ostacolo alla parte superiore.
Ritorniamo ora all’offerta dell’altare. Se questo pane o questo vino dovessero rimanere tali, non sarebbero superiori alle vittime dell’antica legge; ma ben presto si trasformeranno nel Corpo, Sangue e Anima di Nostro Signore Gesù Cristo e, di conseguenza, quest’ostia sarà rationabilem, ossia essenzialmente spirituale. Ma questo non è tutto. Bisogna, inoltre, che l’oblazione sia acceptabilem, ossia che il Signore possa dire: “lo sono soddisfatto dell’ offerta che mi è stata fatta”.
Ut nobis Corpus et Sanguis fiat dilectissimi Filli tui Domini nostri Jesu Christi. Alle parole Corpus et Sanguis, il sacerdote fa il segno di croce sull’ostia e sul calice. Che l’oblazione si converta nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo! Senza dubbio il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo sono in cielo, ma noi domandiamo che siano prodotti quaggiù, in quest’oblazione che offriamo. È dunque per noi che domandiamo questo cambiamento dell’oblazione nel Corpo e nel Sangue del Signore, perché la Chiesa ce lo fa dire: Fiat nobis, “siano messi a nostra disposizione e divengano nostro nutrimento”.

NOTE

14) II Canone Romano e l’anafora di san Giovanni Crisostomo definiscono la santa Messa “oblationem rationabilem” e “logikèn latreìan”, a cui partecipano lo spirito e la ragione. Il RIGHETTI a tal proposito osserva: «La formula (quam oblationem) domanda con una serie di termini propri del linguaggio giuridico romano, che l’oblazione diventi in omnibus, interamente, sotto ogni rapporto, benedictam, consacrata; adscriptam, registrata a merito degli offerenti; ratam, ratificata, cioè riconosciuta valida; rationabilem, spirituale, secondo l’elevato concetto del sacrificio che i filosofi greci dichiaravano essere l’unica forma di culto degna di Dio, in opposizione ai sacrifici carnali, cruenti, ormai aboliti; od anche nel senso di “canonica”, secondo le debite forme; acceptabilem, gradita»: op. cit, voi. III, Milano 1966, p. 385.

CONSACRAZIONE DELL’OSTIA

Qui pridie quam pateretur. Queste parole furono aggiunte dal papa Alessandro I, sesto successore di san Pietro. Egli volle aggiungere queste parole per ricordare la Passione; per esser il Sacrificio della Messa il medesimo Sacrificio della croce; perché lo stesso Signore, che era stato immolato la sera nel Cenacolo, doveva esser immolato il giorno dopo sul Calvario.
Accepit panem in sanctas ac venerabiles manus suas. Il sacerdote prende nelle sue mani il pane ed alza gli occhi al cielo – et elevatis oculis in caelum -, facendo ciò che fece lo stesso Gesù Cristo.
Non ci dice il Vangelo che Gesù alzò gli occhi al cielo in quest’occasione, ma ce lo dice una tradizione così certa che la santa Chiesa si compiace di far notare questa circostanza.
Ad te Deum Patrem suum omnipotentem, tibi gratias agens. Questa è l’Eucaristia o “rendimento di grazie”, e la Chiesa ha cura speciale di ricordarlo, e questo perché noi siamo sempre restii nel testimoniar a Dio la nostra gratitudine per i suoi innumerevoli benefici, mentre dovremmo aver sempre il ringraziamento nel cuore e sulle labbra.
Benedixit (dicendo questa parola il sacerdote fa il segno di croce sull’ostia), fregit deditque discipulis suis, dicens: Accipite, et manducate ex hoc omnes:
HOC EST ENIM CORPUS MEUM ‘
II sacerdote tiene allora l’ostia col pollice e l’indice di ambedue le mani, pronunzia a voce bassa, ma chiaramente e distintamente, le parole della consacrazione tenendo gli occhi sull’ostia che vuole consacrare. Pronunziate le parole della Consacrazione, il sacerdote, genuflettendo, adora l’Ostia santa. La rubrica dice statim: subito; non deve infatti passar alcun intervallo, perché il pane è sparito, non restando di esso altro che le specie, ossia l’apparenza, per lasciar il posto al Signore; perciò, è Dio stesso che il sacerdote adora. Fatta la sua adorazione, il sacerdote si alza ed eleva l’Ostia al di sopra del suo capo per farla veder al popolo, affinchè esso pure l’adori.
Un tempo non si elevava l’Ostia in questo punto della Messa, ma solamente prima di cominciar il Pater Noster. Nel secolo XI, Berengario, arcidiacono d’Angers, osò negare la presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia, e ciò fece sì che s’introducesse nella Messa questa nuova estensione immediatamente dopo la Consacrazione, per muover il popolo all’adorazione.
Dopo aver elevato l’Ostia, il sacerdote la mette sul corporale e l’adora di nuovo. D’ora innanzi ogni volta che toccherà l’Ostia, il sacerdote farà una genuflessione prima e dopo; prima, perché sta per toccare con le sue mani il Signore, e dopo, per rendergli omaggio. Inoltre, non disgiungerà più i pollici e gli indici fin dopo l’abluzione delle dita, perché queste dita sono consacrate e solo con esse deve toccar il Signore. Così, durante l’ordinazione, il vescovo consacra prima di tutto queste dita con l’olio santo, che stende poi su tutta la mano; e se un sacerdote venisse a perder il dito indice, occorrerebbe un permesso speciale del Papa per toccar il Corpo del Signore con un altro dito.
Così si compie il grande mistero della transustanziazione, ossia la conversione d’una sostanza in un’altra, con le parole che il Signore disse ai suoi Apostoli: Hoc facite in mea commemorationem: “Fate questo in memoria di me” (Le 22,19), a patto però che il ministro sia un sacerdote legittimamente ordinato e che pronunzi le parole sacramentali su vero pane e su vino naturale, con l’intenzione di consacrare come fa la Chiesa. Se queste condizioni si compiono, Dio non è libero: il mistero deve operarsi necessariamente, poiché il Signore vi s’è obbligato.
La parola enim è utilizzata per legare la frase a ciò che immediatamente precede. Essa non si trova nei tre Vangeli che parlano dell’istituzione dell’Eucaristia e neppure in san Paolo (cf. 1Cor9,24). Però, Nostro Signore dovette adoperarla, perché giunse sino a noi la tradizione di san Pietro e degli Apostoli. Il sacerdote che omettesse l’enim commetterebbe un peccato, ma la Consacrazione avrebbe luogo. Se omettesse la parola meum, invece, non avverrebbe la Consacrazione, perché bisogna determinare qual è questo corpo che il sacerdote dice d’aver tra le sue mani.
Dopo queste prime parole della Consacrazione, il Corpo di Nostro Signore è sull’altare, ma poiché, dopo la Risurrezione, il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del Salvatore non possono essere separati, Nostro Signore è vivo sull’altare come in cielo, ossia glorioso, come dopo la sua Ascensione.
L’ostensione del Corpo di Nostro Signore dopo la Consacrazione è d’istituzione relativamente moderna, com’è stato già detto. Le Chiese d’Oriente mantengono l’antico uso di elevare l’Ostia prima del Pater Noster, ma, per incoraggiare l’adorazione dei fedeli, fanno quest’elevazione con grande solennità: il sacerdote prende il Corpo e il Sangue del Signore e, voltandosi verso il popolo come all’Orate fratres, li presenta all’adorazione dell’assemblea.

CONSACRAZIONE DEL VINO

Scoperto il calice, il sacerdote pronunzia queste parole: Simili modo postquam coenatum est. Poi, prendendo il calice tra le mani, prosegue: accipiens et hunc praeclarum Calicem in sanctas ac venerabiles manus suas. Consideriamo bene le parole: praeclarum Calicem. Quanto la santa Chiesa nobilita questo calice che ha contenuto il Sangue del Signore e che ora pone nelle mani del sacerdote! Nel salmo ascoltiamo il Profeta che dice: Et calix meus inebrians quam praeclarus est!, “Sì, il mio calice inebriante, quanto è augusto, quanto è bello, quanto è magnifico!” (Sai 22,5). La santa Chiesa trovò questa lode così appropriata per il calice consacrato, destinato a contener il Sangue di Gesù Cristo, che ad essa rivolge il suo ricordo in questo momento. Il sacerdote prosegue: item tibi gratias agens. Già nella Consacrazione dell’Ostia il sacerdote ha parlato del rendimento di grazie, quando ha detto che Nostro Signore, alzando gli occhi al Padre suo, lo ha ringraziato. Poi, tenendo il calice con la mano sinistra, con la destra lo benedice, dicendo: Benedixit, deditque discipulis suis, dicens: Accipite, et bibite ex eo omnes. Allora il sacerdote, tenendo il calice un poco alzato, pronunzia sopra di esso le parole della consacrazione del vino:
HIC EST ENIM CALIX SANGUINIS MEI, NOVI ET AETERNI TESTAMENTI:
MYSTERIUM FIDEI: QUI PRO VOBIS ET PRO MULTIS EFFUNDETUR
IN REMISSIONEM PECCATORUM.
Notiamo che anche qui, come nella Consacrazione del pane, si trova la parola enim per legare ciò che precede a quello che segue.
Le parole adoperate per la consacrazione del vino assomigliano a quelle del Vangelo con qualche differenza. Esse sono giunte sino a noi attraverso la tradizione fondata da san Pietro, che le udì dalle labbra di Gesù Cristo stesso.
Novi et aeterni testamenti. È dunque questo il vaso che contiene il Sangue del Signore, il Sangue della Nuova Alleanza, chiamata al tempo stesso “eterna”, novi et aeterni, per distinguerla dall’Antica Alleanza che doveva durare soltanto fino alla venuta di Nostro Signore.
Mysterium fidei. Si tratta del mistero che prova in modo speciale la nostra fede; perché – secondo la parola di san Pietro – la nostra fede deve essere provata. Essa è così ben provata in tal mistero che san Paolo, scrivendo a Timoteo, afferma, a proposito dell’Eucaristia, che i diaconi devono essere puri e santi, mantenendo “il mistero della fede” in una coscienza pura: Habentes mysterium fidei in coscientia pura. Sappiamo, infatti, che la Santa Eucaristia era affidata in deposito ai diaconi, che potevano anche amministrarla ai fedeli in assenza dei sacerdoti.
Infine, occorre notare le seguenti parole: prò multis effundeturin remissionem peccatorum. Questo Sangue sarà sparso per molti in remissione dei loro peccati. È vero che è stato sparso per tutti e non solamente per molti, ma non tutti ne trarranno profitto per la remissione dei loro peccati.
Tali sono le parole della Consacrazione del vino, che hanno un effetto così importante, poiché costituiscono, con le parole della Consacrazione del pane, l’atto stesso del Sacrificio. Nostro Signore è la Vittima immolata sull’altare; non solamente nel senso che la Santa Messa, per la separazione mistica del Corpo e del Sangue, ci rappresenta e ricorda l’immolazione cruenta del Calvario, ma anche in ragione dello stato stesso e della destinazione del Corpo e del Sangue di Nostro Signore sotto le specie eucaristiche. Mai, in nessun sacrificio, vi fu vittima più realmente immolata e sacrificata di quanto lo sia, dopo la Consacrazione, Colui che è lo splendore di Dio e del quale tuttavia la gloria, la bellezza e la vita, non hanno ormai più altro fine e altra destinazione che di entrar in noi e in noi perdersi e consumarsi.
Tuttavia, il Sacrificio è veramente compiuto. Dio l’ha visto, e noi possiamo dirgli: “Ecco ciò che s’è compiuto sul Calvario, e, se l’immortalità del tuo Figlio non fosse un ostacolo, la rassomiglianza sarebbe completa”. Per compiere questo Sacrificio, il sacerdote da il suo ministero a Nostro Signore, che si è impegnato a prestarsi a questa immolazione ogni volta che un uomo, rivestito del sacerdozio ed avendo nelle sue mani pane e vino, pronunzi su di essi le parole della Consacrazione. Ma chi è l’offerente? È il sacerdote o è Nostro Signore? È lo stesso Gesù Cristo nella persona del sacerdote, poiché ambedue formano qui un solo essere. Orbene, Gesù Cristo non verrebbe sull’altare se il sacerdote non gli prestasse il suo concorso. Vi è dunque un solo Sacrificio, si compia esso sul Calvario o sull’altare.
Alle parole della Consacrazione il sacerdote, posando il calice sul corporale, aggiunge subito: Haec quotiescumque feceritis, in mei memoriam facietis. Con queste parole, Nostro Signore ha dato ai suoi Apostoli, e in essi a tutti i sacerdoti, il potere di far ciò che Egli stesso aveva fatto, ossia il potere d’immolarlo. Dunque, non è più l’uomo che parla nel momento solenne della Consacrazione, ma lo stesso Gesù Cristo, servendosi dell’uomo.
Terribile Sacrificio, quello cristiano, che ci trasporta sul Calvario e ci fa vedere che è stata la giustizia di Dio a voler una tal Vittima! Sacrificio che da solo sarebbe bastato a salvare milioni di mondi. Ma Nostro Signore ha voluto che si perpetuasse. Immolato una volta sulla cima del Calvario, non poteva più morire; tuttavia, conoscendo la debolezza umana, temeva che il Sacrificio della croce, offerto una sola volta, finisse per non far più alcun effetto sui fedeli. Forse molto presto l’uomo avrebbe ricordato l’immolazione sul Calvario come un semplice fatto storico, consegnato agli annali della Chiesa, dove molti non l’avrebbero neppure cercato. Nostro Signore, dunque, pensò tra sé: “Bisogna che ciò che si è compiuto una volta sul Calvario si rinnovelli incessantemente sino alla fine dei tempi”. Ecco perché, in un eccesso del suo amore, ha inventato questo divino mistero, nel quale, venendo nell’ostia, s’immola di nuovo. E Dio, vedendo l’importanza di quest’opera, si sente inclinato alla benevolenza, alla misericordia e al perdono verso gli uomini.
Esaminiamo ora e cerchiamo di comprendere chi è che produce questo cambiamento del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo. Qual è la Persona che opera in questo mistero? Ogni volta che una delle tre Persone della Santissima Trinità agisce, le altre due prestano il loro concorso a quest’azione in perfetta armonia. Nell’Incarnazione s’incarnò il Figlio, ma lo mandò il Padre, e lo Spirito Santo fu, delle tre Persone, quella che operò il mistero. Allo stesso modo nella Santa Messa, il Padre manda il Figlio, questi viene, e lo Spirito Santo opera la transustanziazione o cambiamento d’una sostanza in un’altra. Per questo, per esprimere l’azione dello Spirito Santo in tale mistero, la Chiesa lo invoca nella preghiera di oblazione, come abbiamo già veduto, con le parole: Veni sanctificator, omnipotèns aeterne Deus: et benedic hoc sacrificium, tuo sancto nomimi praepa-ratum.
Nella Chiesa orientale non esiste questa orazione, ma poiché anche in essa si desidera che i fedeli conoscano l’azione dello Spirito Santo in questo grande mistero, il celebrante, dopo che ha pronunziate le parole della consacrazione, dice: “Signore Dio, degnati d’inviar il tuo Spirito perché cambi questo pane nel Corpo del tuo Figlio”; il popolo risponde: Amen. Dopo la Consacrazione del vino, il celebrante dice una seconda volta: “Signore Dio, degnati di mandar il tuo Spirito affinchè cambi questo vino nel Sangue del tuo Figlio”, e tutto il popolo risponde: Amen.
Sembra che qui vi sia un’anomalia, perché, nel momento in cui il sacerdote pronunzia ciascuna di queste due invocazioni, la transustanziazione è già avvenuta. Perché, dunque, invoca ancora lo Spirito Santo? Più d’una volta è stata fatta questa osservazione; tuttavia si mantiene ciò che è stato stabilito, e la ragione è la seguente: per non mescolare l’acclamazione del popolo con le parole dei sacri misteri, la Chiesa orientale ha posto tali acclamazioni dopo queste invocazioni che rivelano l’operazione dello Spirito Santo, ossia nel momento in cui la Chiesa latina innalza e presenta all’adorazione dei fedeli il Corpo e il Sangue del Signore. La Chiesa orientale rende in questo momento omaggio alla potenza e all’opera dello Spirito Santo. Noi latini lo facciamo prima, sia nell’orazione: Veni sanctificator, omnipotens, sia nell’orazione: Quam oblationem, dove diciamo: Ut nobis Corpus et Sanguis fiat. La Chiesa latina non invita qui il popolo ad approvare con un’acclamazione ciò che si è operato. Infatti, un Amen in questo punto della celebrazione avrebbe ragione d’essere solo qualora l’orazione alla quale si deve rispondere fosse detta a voce alta, ma abbiamo già veduto che la preghiera del Canone è interamente segreta e deve essere recitata integralmente a bassa voce.

UNDE ET MEMORES

Dopo aver adorato il prezioso Sangue ed averlo mostrato al popolo, il sacerdote allarga di nuovo le braccia e continua la sua orazione: Unde et memores, Domine, nos servi tui, sed et plebs tua sancta, ejusdem Christi Filii Domini nostri tam beatae passionis, nec non et ab inferis resurrectionis, sed et in caelos gloriosa ascensionis: offerimus praEclarae majestati tuae…, “Onde anche noi tuoi servi, o Signore, come pure il tuo santo popolo, ricordando la beata Passione del medesimo Cristo tuo Figlio, Nostro Signore, e certo anche la sua Risurrezione dagli inferi e la sua gloriosa Ascensione in cielo: offriamo all’eccelsa tua maestà…”.
Il sacerdote dice nos, “noi”, perché non si tratta qui solamente di se medesimo, ma di tutto il popolo fedele. Egli lo ricorda dinanzi a Dio Padre, e tutti uniti a lui fanno memoria della beata Passione, della Risurrezione e della gloriosa Ascensione del Salvatore. Già durante l’oblazione s’era fatto allusione a questi tre grandi misteri, ma la santa Chiesa non indulgeva su di essi come fa qui. Sa che Iddio ha fatto tutto per l’uomo, e non vuoi perdere nulla dei suoi benefici.
Offriamo qui qualcosa di grande, perché siamo in presenza del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo. Facciamo memoria della sua Passione, che è stata tanto benefica per noi. Anche ora è immolata la Vittima, ma v’è di più perché la Vittima che qui possediamo è Egli medesimo che è risuscitato. E anche questo non è tutto: celebriamo pure la sua gloriosa Ascensione al cielo. Sì, Colui che è sull’altare è il medesimo che è risuscitato dal sepolcro, ma è anche Colui che, salendo al cielo, s’è assise alla destra del Padre, accompagnato dai cori angelici che fanno risuonar i loro cantici: Attonite portas, prìncipes vestras, et elevamini, portae aeternaLes et introibit Rex glorìae, “Sollevate, porte, i vostri frontali, apritevi, porte antiche, ed entri il Re della gloria” (Sai 23,7).
Noi abbiamo, dunque, qui sull’altare Colui che ha sofferto, è risuscitato ed ora regna trionfante nei Cieli. Sì, noi facciamo memoria di tutti questi misteri e sono essi che ci donano una ferma confidenza e ci fanno dire in tutta sicurezza: offerimus praeclarae majestati tuae de tuis donis ac datis. Parliamo qui di offerte e tuttavia non abbiamo nulla da offrire. È vero che nulla abbiamo, però ti offriamo i tuoi stessi doni: de tuis donis. Non diciamo altro. “Questo pane e questo vino ce li hai dati Tu, Signore; si sono convertiti nel Corpo e nel Sangue del tuo Figlio, che ci hai ugualmente dato Tu tutto intero; da queste tue magnificenze, dunque, noi prendiamo l’offerta che ti presentiamo”.
E quali sono le qualità di quest’offerta? È pura, santa ed immacolata. Orbene, sulla terra tutto è impuro, niente è santo, tutto è macchiato e sordido: come, dunque, il sacerdote osa dire ciò che abbiamo ascoltato? Ricordiamo qual è quest’offerta. È il medesimo Figlio di Dio, in cui si sono compiuti i grandi misteri della Passione, della Risurrezione e dell’Ascensione. Ecco ciò che da tanta fermezza e sicurezza alla santa Chiesa in questo momento. Come sposa, si rivolge alla gloriosa Trinità dicendole: “lo sono ricca perché posseggo i tuoi stessi beni; ricca perché posseggo Colui che ha fatto tutto ciò che ho qui ricordato, poiché Tu me l’hai dato, ma io te l’offro, e quest’offerta è degna di Te, perché è pura, santa e immacolata”.
È tale la potenza di questo Sacrificio che Dio è obbligato a rimirare la nostra offerta: non può ricusarla. E questa forza e potenza derivano precisamente dal fatto che ci è stato dato il Figlio. Con Lui raggiungiamo i quattro fini del Sacrificio cristiano. In tal modo, inoltre, conquistiamo il cuore di Dio che non può far a meno di accettare la nostra, offerta e di dichiararsene soddisfatto. Nell’antica Legge, non era così; i sacrifici delle pecore e degli agnelli non potevano certamente agire su Dio allo stesso modo. Ne aveva Egli forse bisogno? Ma qui, sotto le deboli apparenze del pane e del vino, v’è qualcosa di grande che forza l’attenzione di Dio e l’obbliga a provarci che ha gradito ciò che gli abbiamo offerto. Così si comprende il furore di Satana che, con rabbia diabolica, fa tanti sforzi quanti gliene suggerisce la sua astuzia per distruggere la fede nella Presenza reale, cerca di rovesciare gli altari e di diminuire il numero dei sacerdoti perché il numero delle Messe offerte a Dio diminuisca.
Chi non si meraviglia considerando che colui che opera così grandi cose, colui ch’è rivestito di sì gran potere dinanzi a Dio, è un uomo peccatore? Se tal sacro ministero fosse riservato agli Angeli, questi spiriti puri che non possono essere contaminati dal peccato, ciò non sorprenderebbe affatto. Ma no, Dio ha scelto per questo sublime ministero un uomo peccatore. Senza dubbio quest’uomo dovrebbe tremare, ma si sente forte, avendo tra le mani il Figlio di Dio.
QuestíOstia pura, santa e senza macchia che il sacerdote offre a Dio è ancora Panem sanctum vitae aeternae, et Calicem salutis perpetuae. Ecco la parte sacramentale della Santa Eucaristia. Se quest’Ostia è sacrificio offerto a Dio, è anche il Sacramento destinato a nutrire le nostre anime, per dar ad esse la vita e la salute eterna.
In questa magnifica orazione, il sacerdote pronunziando le parole: Hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam, fa il segno di croce per tre volte sull’Ostia e sul calice al tempo stesso. Poi, dicendo: Panem sanctum vitae aeternae, lo fa sul pane; e dicendo: Calicem salutis perpetuae, lo fa sul calice. Ciò facendo, ha forse la pretesa di benedire Nostro Signore? No, certamente. Fino alla Consacrazione ha benedetto il pane, perché ha il diritto di farlo, dal momento che gli è stata conferita la potestà di benedire. Ma ora non ha più il pane tra le mani; il pane si è convertito già nell’Autore di ogni benedizione, che sta riposando sull’altare. Se il sacerdote fa dunque il segno di croce è per mostrarci che questo sacrificio è il Sacrificio della croce, Sacrificio veramente puro, santo ed immacolato. Segna l’Ostia a parte, per dirci che in essa vi è il Corpo di Cristo che fu crocifisso e poi segna il calice, per mostrarci che contiene veramente il Sangue che Cristo versò sulla croce. Sicché, a partire dal momento della Consacrazione, dobbiamo considerare che i segni di croce che la Chiesa comanda di far al sacerdote non sono già segni di benedizione fatti sopra Nostro Signore, ma indicano e ricordano il Sacrificio della croce.

SUPRA QUAE PROPITIO

II sacerdote allarga di nuovo le braccia e prosegue la grande preghiera, dicendo: Supra quae propitio ac sereno vultu respicere digneris. “Sì, Signore, nonostante la tua somma santità, la tua somma potenza, tu che sei l’Essere per eccellenza, degnati di volger uno sguardo di bontà e di misericordia su questo esilio terreno e degnati di accettare ciò che ti offriamo”: Supra quae respicere digneris.
Et accepta habere. Fino al pontificato di san Leone quest’orazione terminava in modo diverso. Si sottintendeva illa, “quelle cose”, per concludere la frase. San Leone, credendo che si potesse completar in modo più determinato e preciso, aggiunse alla fine dell’orazione le parole: sanctum sacrificium, immaculatam hostiam. Questo è dunque il senso completo della frase: et accepta habere sanctum sacrificium, immaculatam hostiam. Il resto della frase che oggi abbiamo forma una specie di parentesi: sicuti accepta habere dignatus es munera pueri tui justi Abel…, “Ricevi dunque questo sacrificio, o Signore – dice il sacerdote -, come ti sei degnato di gradire le offerte del tuo servo, il giusto Abele”. Così, Signore, hai accettato le offerte di Abele, benché fossero infinitamente inferiori a quelle che noi possiamo presentarti, poiché non è possibile stabilire un confronto tra questi due sacrifici; e con tutto ciò, per quanto infime fossero le offerte di Abele, tu le hai accettate.
Ma non è tutto. Un tempo vi fu un altro sacrificio assai gradito a Dio: et sacrificium patriarchae nostri Abrahae, il sacrificio di Abramo. Il primo sacrificio, quello di Abele, è un sacrificio cruento; quest’ultimo è incruento: è il sacrificio del padre che acconsente ad immolar il figlio suo, domandatogli da Dio. Il Signore dice: «Prendi il tuo figlio e va’ ad offrirmelo in olocausto sul monte che io ti mostrerò» (Gn 22,2). E Abramo ubbidisce e parte col figlio. Tutto consiste qui nella rassegnazione del grande Patriarca; il suo sacrificio è tutto spirituale, perché Dio, contento della sua obbedienza, gli comanda di risparmiar il figlio e di sparger il sangue d’un ariete. Invece d’Isacco offre come vittima un ariete. Abele ed Abramo sì trovano riuniti nel Sacrificio di Gesù Cristo che sacrificò il suo onore e la sua vita, offrendosi al Padre suo con la più completa adesione ed immolandosi veramente, poiché il suo Corpo si separò dal suo Sangue. È dunque molto pertinente rievocar insieme il sacrificio d’Abele e quello di Abramo. Anche se il sacrificio fondamentale è il primo, tuttavia il sacrificio di Abramo fu tanto gradito a Dio da rendere questo Patriarca degno di divenire l’antenato di Cristo, il quale ha nelle sue vene il sangue del Padre dei credenti.
Ma il sacerdote aggiunge alcune parole che provano l’esistenza d’un terzo sacrificio: et quod tibi obtulit summus sacerdos tuus Melchisedech. Questo terzo sacrificio è tutto misterioso: è stato offerto dal gran sacerdote Melchisedech, personaggio misterioso. Dio gradì questo sacrificio e possiamo ricordare ciò che disse al suo Figlio nel salmo 109: Tu es sacerdos in asternum secundum ordinem Melchisedech. “Quando vuoi onorar il tuo Figlio, Signore, gli dici che è sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech; questo prova che il sacrificio di questo personaggio misterioso ti è stato gradito”.
Nel Sacrificio della Messa, abbiamo insieme il sacrificio di Abele, quello di Abramo e quello di Melchisedech: il sacrificio di Abele, che rappresenta il Sacrificio della croce, con il quale la Messa costituisce un unico Sacrificio; il sacrificio di Abramo, in cui l’immolazione non è cruenta, come avviene nel Sacrificio della Messa; infine il sacrificio di Melchisedech, che rappresenta il Sacrificio della Messa, in cui il pane e il vino sono presenti sull’altare. Dopo la consacrazione, del pane e del vino non restano più che le specie o apparenze, le quali servono a nascondere la Vittima.

SUPPLICES TE ROGAMUS

All’orazione che segue, il sacerdote non ha più le braccia allargate, perché s’inchina profondamente in atto di supplica. Ponendo sull’altare le mani giunte, dice: Supplices te rogamus, omnipotens Deus: jube haec perferrì per manus sancti Angeli tui in sublime altare tuum, in conspectu divinae majestatis tuae. Parole tremende, afferma Innocenzo III nel suo Trattato sul Sacrificio della Messa. Il sacerdote non designa altrimenti la sua offerta che con la parola haec, “queste cose”; sa che Dio le vede, che conosce il loro valore, e per questo si contenta di dire: jube haec perferrì, “ordina che queste cose siano portate”.
E dove vuole che siano portate? In sublime altare tuum. Non basta l’altare della terra; pretendiamo che la nostra offerta sia trasportata sull’altare del cielo, su quell’altare che vide san Giovanni e sul quale è rappresentato un Agnello come immolato: et vidi Agnum stantem tamquam occisum. Questo Agnello, dice san Giovanni, è ritto, però, aggiunge: tamquam occisum, “è come immolato”. Infatti, Nostro Signore avrà sempre le sue cinque piaghe che sono ora risplendenti, ma l’Agnello è ritto, perché è vivo, e non morrà più; così ce lo mostra san Giovanni. Tale è l’altare sul quale Nostro Signore sta ritto, nella sua vita immortale, portando impressi i segni di quanto soffrì: Agnum tamquam occisum. È là dinanzi al trono della maestà divina. Il sacerdote domanda dunque a Dio che mandi un Angelo, il quale, prendendo la Vittima sull’altare della terra, la metta sull’altare del cielo.
Qual è questo Angelo a cui allude il sacerdote? Non v’è cherubino, serafino, angelo o arcangelo che possa far ciò che il sacerdote domanda qui a Dio; è al di sopra del loro potere. Orbene, la parola “angelo” significa inviato, e il Figlio è stato inviato dal Padre, è venuto sulla terra e ha dimorato in mezzo agli uomini; è dunque il vero missus, l’Inviato, come Egli medesimo disse: et qui misit me Pater (Gv 5,37). D’altra parte Nostro Signore non è semplicemente nella categoria di quegli spiriti che chiamiamo angeli o arcangeli che Dio pone presso di noi; no, Egli è l’Angelo per eccellenza, Egli è – dice la Sacra Scrittura – l’Angelo del gran consiglio, Angelus magni consilii, di quel gran consiglio di Dio che ha voluto riscattar il mondo e per questo ci ha dato suo Figlio. Il sacerdote domanda dunque a Dio che l’Angelo porti sull’altare del cielo naso, ossia ciò che sta sull’altare della terra, e fa questa domanda per far notare l’identità del Sacrificio del cielo col Sacrificio della terra (15).
Víè qui qualcosa di simile a quel che si pratica nella liturgia greca. Dopo la Consacrazione, gli Orientali domandano allo Spirito Santo di venire ad operare questo divino mistero per dimostrare -come abbiamo detto – che è questo Spirito divino che opera qui come ha operato nella Santissima Vergine all’Incarnazione. Ma il mistero è già operato, e anche qualora il sacerdote greco dimenticasse quest’orazione, l’azione dello Spirito Santo già sarebbe compiuta. Quel ch’essi si propongono nella loro orazione, come noi nella nostra latina che abbiamo analizzata, è di affermare sempre più l’identità dei sacrifici dell’Agnello in cielo e sulla terra. In cielo quest’Agnello è ritto, benché appaia come immolato; qui è immolato ugualmente. Orbene, chi è che riunisce questi due sacrifici in uno solo? Gesù Cristo, l’Inviato, l’Angelo del gran consiglio.
II sacerdote in seguito aggiunge: Ut quotquot ex hac altaris participatione e, pronunziando queste parole, deve baciare l’altare, al quale la Chiesa porta una così grande venerazione per esser immagine di Gesù Cristo, Altare vivente; e di questa venerazione e rispetto sono segno i bei riti che compie per la sua santificazione e consacrazione.
Il sacerdote continua: Sacrosanctum Filli fui Corpus et Sanguinerà sumpserimus (fa il segno di croce sull’Ostia e sul calice, poi segna se stesso), omni benedictione caelesti, et grafia repleamur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Così domandiamo qui d’essere riempiti d’ogni sorta di grazie e benedizione, come se fossimo ammessi in cielo alla partecipazione di questo Altare vivente, che è Gesù Cristo, dove Egli stesso elargisce ogni grazia e benedizione. Domandiamo queste grazie e benedizioni in virtù della nostra partecipazione a quest’altare della terra, che la santa Chiesa tratta con tanta devozione. In nome di quest’altare il sacerdote domanda per tutti gli uomini ogni sorta di benedizioni, perché il sacerdote non parla mai per sé solo, e perciò dice: repleamur, “che siamo riempiti”. Fa il segno di croce dicendo le ultime parole per mostrare che queste benedizioni ci vengono dalla croce e per significare altresì che le accettiamo con tutto il cuore.
Qui finisce la seconda parte del Canone, che riguarda l’offerta. Queste tre orazioni circondano l’atto della Consacrazione, come le precedenti l’hanno preparato. Ora la santa Chiesa ci conduce alla preghiera d’intercessione.

NOTE

15) Quest’interpretazione di Dom Guéranger circa ìl’angelo” menzionato nel Canone è naturalmente sua personale. Non manca chi, al contrario, abbia identificato quell’”angelo” con una reale creatura celeste. «All’altare il Cielo e la terra si prestano mutuo soccorso per meglio esprimere a Dio i ringraziamenti e gli omaggi che gli sono dovuti. Infatti, mentre il sacerdote celebra, i santi angeli vanno a portare ed offrire il Sacrificio, come dimostra il fatto seguente, del quale si garantisce l’autenticità. Un giorno un sacerdote, nel momento della Consacrazione, vide intorno all’altare una moltitudine di spiriti celesti che, prostrati, adoravano col più profondo rispetto. Quando si inchinò, secondo la rubrica del Messale, dicendo: “Dio onnipotente, ti preghiamo umilmente di comandare che questi doni vengano portati dalle mani del tuo santo Angelo al tuo sublime altare, alla presenza della tua divina maestà”, vide uno di quegli spiriti, più bello degli altri, prendere l’Ostia consacrata e portarla davanti alla divina Maestà. I cori degli angeli si rallegravano con lui e tutta la corte celeste provava grande gioia per quell’offerta, come se l’avesse presentata essa stessa. Il sacerdote, con lo sguardo in alto come in estasi, contemplava stupito quel sublime spettacolo e, dopo qualche istante, abbassando gli occhi sul corporale, vide l’Ostia di nuovo al suo posto e si meravigliò di un così rapido ritorno. Pieno di gioia terminò la Messa con grande consolazione sensibile e fervore, e più tardi raccontò il fatto a qualche amico, invitandolo a lodarne Dio»: M. DE COCHEM, La Santa Messa, Albano Laziale 2002, p. 139.

MEMENTO DEI DEFUNTI

Oltre alla Chiesa trionfante e a quella militante, esiste anche un’altra regione in questo gran Corpo, ed è la Chiesa purgante. Sì, Dio ci ha dato il potere d’intercedere per essa, per venirle in aiuto e farle del bene; così si offre il santo Sacrificio secondo l’intenzione dei suoi membri, e la Chiesa, piena di materna sollecitudine, vuole che in tutte le Messe che si celebrano si faccia menzione dei suoi figli che soffrono ancora nel luogo d’espiazione, onde procurar loro un nuovo sollievo. È articolo di fede credere nell’efficacia del Sacrificio per il sollievo delle anime del Purgatorio, dottrina che ci è stata trasmessa dalla Tradizione. Sin dalla fine del II secolo, Tertulliano parla della preghiera per i defunti. Un tempo vi era un dittico esclusivamente destinato a contener i nomi dei defunti dei quali si voleva far una speciale memoria, come ad esempio quello dei benefattori.
Il sacerdote si rivolge dunque a Dio in favore di questi membri che soffrono: Memento etiam, Domine, famulorum famularumque tuarum N. et N., qui nos prsecesserunt cum signo fidei, et dormiunt in somno pacis. Si afferma qui che intercediamo per coloro che ci hanno preceduto col segno della fede. E che cosa intende la santa Madre Chiesa per “segno della fede”? S’intende il segno del battesimo e quello della cresima, che completano il cristiano. Già il battesimo da sé solo ci da il segno della fede, poiché in esso si vien segnati con la croce cosicché, quando si porta in chiesa il corpo d’un defunto, il sacerdote pronunzia su di esso questa preghiera: Non intres in judicium cum servo tuo, Domine, [...] qui, dum viveret, insignitus est signaculo sanctse Trinitatis: “II tuo servo è stato segnato col segno della fede – signum fidei, segno della Trinità -, merita, o Signore, d’essere preso in considerazione e di non essere giudicato troppo severamente”. La parola della santa Chiesa signum fidei, ci prova, ancora una volta, che noi non possiamo pregare per gl’infedeli, come abbiamo notato nel memento dei vivi, poiché essi non sono nella Comunione della Chiesa.
Et dormiunt in somno pacis. Con queste parole la Chiesa vuole farci notare com’essa consideri la morte del cristiano: è un sonno -essa dice – perché coloro dei quali parliamo dormono: dormiunt, e per questo s’è dato il nome di cimiteri, parola che significa “dormitorio”, ai luoghi utilizzati per dar sepoltura ai morti. Dormono e dormono un sonno di pace: in somno pacis. La santa Chiesa s’esprime così perché coloro per i quali prega sono morti in pace con lei e dando prove della loro filiale sottomissione alle sue decisioni; sono morti in Gesù Cristo, nel bacio del Signore ed, anche qualora fossero in Purgatorio, si può dire di loro che dormono il sonno della pace, perché sono stati salvati in Gesù Cristo che porta seco la pace.
Nelle catacombe si trovano spesso le parole in pace, incise sulle pietre sepolcrali; era questa l’espressione di cui si servivano i primi cristiani parlando della morte. Così pur nell’Ufficio dei Martiri cantiamo: Corpora sanctorum in pace sepulta sunt. Quest’Ufficio antichissimo ci ricorda il linguaggio delle catacombe: in pace. La santa Chiesa conserva questo ricordo nel momento in cui prega per i morti, ponendo sulla bocca del sacerdote le parole: dormiunt in somno pacis.
La rubrica prescrive al sacerdote di congiungere le mani prima di terminare questa prima parte dell’orazione. È allora che egli prega per i defunti che vuoi raccomandar in modo particolare. Dopo averlo fatto, allarga di nuovo le mani e prosegue la sua preghiera, dicendo: Ipsis, Domine, et omnibus in Christo quiescentibus. Vediamo in tal modo che ciascuna Messa è proficua per tutte le anime del Purgatorio. Locum refrigerii, lucis et pacis, ut indulgeas, deprecamur. Osserviamo bene ciascuna delle tre petizioni avanzate qui dalla Chiesa: refrigerio, luce, pace. Che cos’è dunque il Purgatorio? È un luogo dove le anime sentono crudelmente gli ardori del fuoco e, di conseguenza, hanno necessità di sollievo. È inoltre un luogo dove non v’è luce, poiché la Chiesa reclama per quelle anime locum lucis; niente, dunque, viene a distrarle dalle loro sofferenze in questo luogo di espiazione. È, infine, un luogo in cui regna la più continua agitazione, perché le anime colà trattenute non possono ancora ricongiungersi a Dio verso il quale si sentono spinte; luogo di turbamento, cagionato dalla disgrazia di vedersi sommerse nella tristezza e nel dolore: è la mancanza della pace. È, in una parola, un luogo del tutto contrario a quello in cui regnano refrigerium, lux et pax. Queste tre espressioni sono della più alta importanza, poiché ci fanno conoscere che quando noi preghiamo per i defunti, giunge ad essi il nostro soccorso come refrigerio, luce e pace.
Il sacerdote termina la sua orazione con la consueta conclusione: Pereundem Christum Dominum nostrum. Amen. Nella rubrica è prescritto di terminarla chinando il capo, cerimonia che non è prevista alla fine delle altre orazioni. È come un’istanza maggiore: in questo momento s’illumina il Purgatorio, perché la preghiera offerta per le anime lì trattenute non è mai inutile. Sembra che la prigione s’apra per lasciare penetrar in essa rugiada, luce e pace, e questo triplice soccorso si concede alle anime nella misura in cui la giustizia di Dio lo reputa conveniente. E questo perché la Chiesa non prega per i defunti se non attraverso il suffragio, non avendo più su di essi i diritti che ha sopra i suoi membri viventi in questo mondo. Ma noi sappiamo anche che le sue preghiere sono sempre di salutare effetto per le anime del Purgatorio, e che Dio non lascia mai senza efficacia alcuna delle preghiere che gli sono rivolte.

NOBIS QUOQUE PECCATORIBUS

Ora, dopo aver fatto scorrer il Sangue di Gesù Cristo a profitto delle anime del Purgatorio, ritorniamo a noi. Il sacerdote si dichiara peccatore con noi dicendo: Nobis quoque peccatoribus famulis tuis, de moltitudine miserationum tuarum sperantibus, partem aliquam, et societatem donare dignerìs, cum tuis sanctis…, “Anche noi, sebbene peccatori, reclamiamo la nostra parte di felicità, non vogliamo restarne al di fuori”. È questo il solo momento in cui il sacerdote alza la voce durante il Canone, battendosi il petto. Il nostro amore fraterno ci aveva indotto a pregare per quei nostri fratelli che sono morti e non sono ancora entrati nell’eterna beatitudine. Anche noi preghiamo Dio di rendercene partecipi, sperando nella sua bontà e misericordia.
E con chi vogliamo essere compartecipi? Cum tuis sanctis Apostolis et Martyribus. Sembra alla santa Chiesa di non aver ancor nominato abbastanza Santi. Ma, non volendo aumentare la prima lista, trova qui il momento propizio per parlare di coloro che le sono particolarmente cari. Poiché è una gloria grandissima per i Santi essere menzionati in quella ch’è l’Azione per eccellenza (ossia la Santa Messa), Dio ha scelto gli eletti che devono essere ricordati alla presenza di Cristo medesimo.
Di nuovo incontriamo qui gli Apostoli e i Martiri: Cum tuis sanctis Apostolis et Martyribus. E ciò perché nei primi secoli si rendeva o-maggio ed onore soltanto a queste due categorie di Santi, non essendo ancora stabilito il culto dei Confessori. Desideriamo dunque esser in società, societatem, con essi ed anche cum Joanne, ossia con Giovanni Battista, il Precursore del Signore.
Stephano, Stefano, il protomartire. Perché questo modello, capo dei Martiri non è stato ancora nominato? Perché dopo aver nominato nel primo dittico san Pietro e gli Apostoli, la Chiesa è passata subito ai primi Papi: Lino, Cleto e Clemente. Nominando san Pietro e i suoi tre successori, si definisce subito la santa Chiesa e il potere di Pietro con questa gloriosa triade di santi Papi. Santo Stefano avrebbe scompaginato quest’ordine di idee, se lo si fosse nominato nella prima lista, come pure san Giovanni Battista, che non è considerato né come apostolo né come martire, quantunque abbia predicato la penitenza e la venuta del Signore, e sia morto a motivo del suo zelo nel difendere la virtù della castità. La santa Chiesa non vuole, tuttavia, tralasciare di commemorare questi due grandi Santi e per questo li inserisce qui.
Matthia: è un apostolo, ed è menzionato qui perché, avendo la santa Chiesa nominato dodici Apostoli nel suo primo dittico e collocato in esso san Paolo, Mattia, che fu eletto per completar il collegio apostolico dopo la defezione di Giuda, doveva pur esservi nominato, ed era opportuno collocar il suo nome in cima al secondo dittico.
Barnaba, fu compagno di san Paolo in molti dei suoi viaggi apostolici.
Ignatio, il gran martire che, dopo sant’Evodio, successe a san Pietro nella sede di Antiochia. È sua quella magnifica lettera indirizzata ai Romani nella quale parla della felicità di soffrire per amore di Gesù Cristo. Venne a Roma, sotto l’impero di Traiano e in questa città subì il martirio.
Alexandro, quinto o sesto successore di san Pietro, pontefice di eminenti qualità. È opportuno nominarlo qui, perché fu lui che ordinò di aggiunger al Canone le parole: Qui prìdie quam pateretur, per ricordar in questo solenne momento la Passione del Signore.
Marcellino, Petro: Marcellino e Pietro, martiri ambedue della persecuzione di Diocleziano. Il primo era sacerdote, Pietro era esorcista. Non si separano mai, i loro nomi vanno sempre uniti.
Finora, come abbiamo veduto, nel Canone non s’è fatta menzione delle donne. La santa Chiesa non può tuttavia ometterle. Qual è dunque la prima di cui ci parla? Felicitate: è la grande Felicita, l’eroica madre che nella persecuzione di Marco Aurelio rinnovellò il generoso sacrificio della madre dei Maccabei, sacrificando sulle are della fede i suoi sette figli. Ella, a sua volta, soffrì il martirio il 29 novembre, alcuni mesi dopo il martirio dei suoi figli, che avvenne nel luglio precedente. È tanto illustre la gloriosa martire Felicita, come pure i suoi figli, che, essendo già aperte le catacombe all’epoca del suo martirio, si divisero i corpi dei suoi figli tra i diversi cimiteri. Nel cimitero di santa Priscilla fu sepolta lei con due dei suoi figli.
Perpetua: è la nobile Perpetua di Cartagine. Poiché è collocata dopo santa Felicita, non v’è dubbio che la Felicita qui menzionata è quella di Roma e non quella che subì il martirio a Cartagine con santa Perpetua. Qui Perpetua rappresenta la sua compagna e tutti quelli che soffrirono con lei il martirio. È qui nominata sia perché è la più illustre di tutte, sia per avere scritto parte del racconto del suo martirio.
Agatha, Lucia. Sino al pontificato di san Gregorio Magno si diceva: Perpetua, Agnete, Caecilia; ma questo santo Pontefice, che sentiva grande affetto per la Sicilia, dove aveva fondato sei monasteri, inserì nel Canone due vergini siciliane, Agata di Catania e Lucia di Siracusa, dando ad esse come a straniere il primo posto e mettendo dopo di loro le vergini romane Agnese e Cecilia. Perché si antepone qui Agnese a Cecilia, se Agnese soffrì il martirio sotto l’impero di Diocleziano, mentre per incontrare Cecilia dobbiamo risalire all’epoca di Marco Aurelio? Sembra che non vi sia altra ragione che l’armonia della frase.
Anastasia, nobile vedova romana che soffrì il martirio sotto l’impero di Diocleziano. Questa santa Martire acquistò a Roma grande celebrità, al punto che il Sommo Pontefice soleva celebrare nella sua Chiesa la seconda Messa di Natale. Oggi quest’uso è sparito, ma si conserva quello di far la commemorazione di una così grande Santa nella seconda Messa di detto giorno.
Intra quorum nos consortium, non aestimator meriti, sed veniae, quaesumus, largitor admitte. Dopo aver fatto di nuovo memoria dei Santi, il sacerdote domanda a Dio che si degni ammetterci tra loro. Non certamente perché ne abbiamo diritto per i nostri meriti, ma per opera e grazia della sua bontà e misericordia. Il sacerdote termina quest’orazione con la consueta conclusione: Per Christum Dominum nostrum.

PER QUEM HAEC OMNIA

Anticamente si praticava in questo momento della Messa una cerimonia che oggi è sparita. Sì collocavano vicino all’altare pane, vino, verdura e frutta, e il sacerdote pronunciava le parole seguenti (che anche oggi fan seguito alla conclusione dell’orazione precedente): Per quem haec omnia, Domine, semper bona creas, sanctìficas, vivificas, benedicis et praestas nobis. Nel proferire queste parole, il sacerdote, che allora stava alla presenza del medesimo Dio e in tutta la grandezza del suo ministero, dava la benedizione a tutti quei frutti che si presentavano dinanzi all’altare. La differenza tra gli usi e costumi di quei tempi e quelli dei nostri giorni spiega perfettamente l’esistenza di detta cerimonia nell’antichità e la sua omissione nell’epoca attuale. Anticamente la Chiesa non aveva che un solo altare disposto secondo la descrizione fatta da san Giovanni nell’Apocalisse, ossia: il trono del Padre in fondo all’abside, l’altare dinanzi, i vegliardi a ciascun lato e l’Agnello sopra l’altare. Si diceva una Messa sola, e non tutti i giorni; la celebrava il vescovo, e tutti i sacerdoti si univano a lui e consacravano con lui. I fedeli presentavano dunque tutti i frutti della terra e quanto serviva al loro nutrimento, perché il vescovo li benedicesse in quell’unica Messa. Più tardi, verso il secolo VIII, per ispirazione dello Spirito Santo, si andò facendo più frequente la celebrazione del santo Sacrificio, si moltiplicarono gli altari e si aumentò il numero delle Messe. E, a misura che s’introduceva questo santo costume, andò sparendo quello di portar i frutti da benedire.
Che ne faceva dunque la santa Chiesa di queste parole di benedizione? Il sacerdote le sottrasse al significato primitivo per applicarie al Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo presente sull’altare, attraverso il quale ci sono state date tutte le cose. Così il sacerdote, pronunziando le parole sanctificas, vivificas, benedicis, fa il segno di croce sull’Ostia e sul calice. Potrà dirsi che questo cambio è un po’ forzato, ma almeno ci dimostra il grande rispetto che la Chiesa porta al Canone della Messa poiché, per non perdere queste parole, le applica al Corpo di Gesù Cristo, che è stato creato come i frutti della terra e che, per i misteri della sua Passione, della sua Risurrezione e della sua Ascensione, ha compiuto perfettamente ciò che queste parole esprimono: sanctificas, vivificas, benedicis; e, infine, preastas nobis, “ci è donato come nutrimento”.
Oggi rimane qualche vestigio dell’antica cerimonia nel rituale benedettino, poiché il giorno della Trasfigurazione si benedice, in questo momento, l’uva, benché non si adoperino per questa benedizione le parole del Canone, ma un’orazione presa dal Messale di Cluny. Similmente, il Giovedì Santo il vescovo benedice a questo punto della Messa l’olio degli infermi.
Il Canone volge al termine. Terminerà quando il sacerdote alzerà la voce per dire la conclusione ultima e recitare l’orazione domenicale. I Greci chiamano il Canone Liturgia. Con l’andar dei secoli il significato di questa parola si è estesa a tutto l’insieme di cui si compone l’Ufficio divino, ma in principio non s’intendeva altro che il Canone della Messa, il quale, secondo il significato della parola greca, è l’opera per eccellenza. Similmente, vediamo scritto nel Messale latino: Infra actionem, per significare ciò che si fa nell’Atto del Sacrificio, che è l’atto per eccellenza. Inoltre, la parola Canone è una parola greca, come abbiamo detto. Non v’è nulla di strano nell’uso di queste parole greche, se si considera l’estensione grandissima che aveva avuto la lingua greca nell’epoca in cui è nata la Chiesa, fino al punto che dei quattro Vangeli, tre certamente furono scritti in greco.
Prima della fine della grande preghiera, si compie sull’altare un rito molto solenne, che costituisce l’ultima confessione che fa la Chiesa dell’identità che esiste tra il Sacrificio della croce e quello della Messa. Il sacerdote scopre il calice che contiene il Sangue del Signore, e, dopo aver fatto la genuflessione, prende con la mano destra l’Ostia santa e con la sinistra il calice; poi fa con l’Ostia il segno di croce sul calice per tre volte, dicendo: Per ipsum, et cum ipso, et in ipso; quindi fa il segno di croce, sempre con l’Ostia, tra il calice e il suo petto, ed aggiunge: est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancii; mette quindi di nuovo l’Ostia al di sopra del calice ed, alzando un po’ l’una e l’altro, dice: omnis honor et gloria; posa infine l’Ostia sul corporale, ricopre il calice e dice: Per omnia saecula saeculorum, e il popolo risponde: Amen.
Che cosa significano questi gesti del sacerdote? La santa Chiesa possiede il suo Sposo nello stato d’immolazione e di sacrificio, ma sempre vivente. Così vuoi far rilevar in Lui questa qualità di Dio vivente e l’esprime con la riunione del Corpo e del Sangue del Signore, ponendo l’Ostia al di sopra del calice che contiene il prezioso Sangue, per rendere gloria a Dio. Allora dice per bocca del sacerdote: per ipsum, per Lui è glorificato il Padre; et cum ipso, con Lui è glorificato, perché la gloria del Padre non è superiore a quella del Figlio, né da quella isolata (quanta grandezza in questo cum ipso!), et in ipso, in Lui è glorificato il Padre, poiché la gloria che il Figlio da al Padre è nel Figlio e non fuori di Lui, in ipso. Sicché, dunque, per Lui, con Lui (cioè condividendo insieme con Lui), e in Lui, si da a Dio Padre tutto l’onore e tutta la gloria.
Il sacerdote fa ancora il segno di croce per due volte, ma lo fa solamente tra il calice e il suo petto. Perché questa differenza? Le parole che pronuncia ce lo dicono: est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti. Poiché né il Padre né lo Spirito Santo sono stati immolati, non conviene che nominandoli si metta l’Ostia al di sopra del Sangue che appartiene unicamente al Figlio, essendo stato Egli l’unico a rivestirsi dell’umana natura e ad immolarsi per noi.
Ma, pronunziando queste ultime parole: omnis honor et gloria, il sacerdote riporta l’Ostia santa al di sopra del calice, volendo esprimere che ormai, nelle vene del Dio ch’egli offre, circola il Sangue divino con l’immortalità. Il sacerdote può dunque dire a Dio: omnis honor, et gloria, “quest’offerta è l’atto più glorioso che possa essere fatto in onor tuo, o Signore, perché possediamo Cristo risuscitato, ed è Lui medesimo che è immolato in tuo onore su quest’altare”. No, Colui che offriamo non è una semplice creatura, ma per lui e con lui – per ipsum et cum ipso – si da a Dio ogni gloria ed onore. Tale gloria e tale onore vanno direttamente a Dio, il quale non può ricusare l’omaggio che gli tributa Colui che è immolato e che tuttavia è vivo. Il Sacrificio offerto in questo modo è il più grande che possa farsi per Iddio.
L’immolazione di Nostro Signore sul Calvario fu un delitto orrendo e abominevole; l’immolazione che s’effettua sull’altare è quanto di più glorioso possa esservi per Dio, poiché Colui che è offerto è vivo. È il Dio vivente che noi offriamo: è il Figlio vivente offerto al Dio vivente. Può esservi nulla di più grande? E che cosa v’è di più giusto dell’esprimer questo pensiero ponendo il Corpo del Signore al di sopra del calice che contiene il suo Sangue? Ecco perché il santo Sacrificio della Messa è l’atto più glorioso che si possa far per Iddio, poiché in questo momento sublime gli si tributa ogni onore e gloria: per ipsum, et cum ipso, et in ipso.
Questo rito solenne, di cui abbiamo trattato, ci mostra anche quanto Dio abbia amato il mondo. Pensiamo bene che il sacerdote ha tra le mani Colui per il quale non solamente si da a Dio ogni onore e gloria, ma Colui che condivide con Dio questa medesima gloria: per ipsum, et cum ipso! È il Verbo del Padre che si lascia prendere, che si lascia toccare, perché vuole che si dia a Dio ogni gloria ed onore: omnis honor et gloria; vuole che salga fino al trono di Dio un omaggio che possa essergli gradito. Che sono gli omaggi degli uomini in confronto a quelli che Nostro Signore rende al Padre suo?
Sì, il santo Sacrificio della Messa è veramente l’atto più glorioso che possiamo offrire a Dio. È ben vero che possiamo anche offrirgli delle preghiere o far atti di virtù, ma ciò non forza la sua attenzione, mentre nella Messa è obbligato da tutte le perfezioni in essa contenute a prestar attenzione all’omaggio che gli viene reso.
Ma questo rito così importante esiste sin dai primi secoli? Certamente è antichissimo e deve essere sempre esistito, perché si trova ovunque. Si comprende, infatti, che là santa Chiesa, offrendo il suo Sposo a Dio, non può sempre dire che è morto; essa l’ha immolato, è vero, ma Colui che ha così immolato è vivente e bisogna che lo confessi. Ora trovano esatto compimento i tre grandi misteri della Passione, della Risurrezione e dell’Ascensione. Il nostro Cristo è veramente tutto quanto ci esprimono questi tre misteri, e la santa Chiesa ce lo ricorda. Prima che si fossero compiuti, non esistevano – per così dire – tante ricchezze. Nasce in Betlem, ma l’Incarnazione sola non doveva salvarci, secondo i disegni di Dio, quantunque sarebbe stata più che sufficiente a riscattarci, se Egli l’avesse voluto. Allora Cristo soffre la Passione, ma anche questo non è tutto. Gli manca la vittoria sulla morte: la Risurrezione. Anche questo non basta. Cristo deve aprire le porte del cielo, e per questo occorre la sua Ascensione. Bisogna che la nostra natura umana di cui s’è rivestito, nella quale ha sofferto e per la quale ha subito la morte, sia da Lui collocata in cielo, per mezzo della sua Ascensione gloriosa. Così, dunque, Colui che il sacerdote tiene nelle sue mani è realmente il Signore, che ha sofferto, è morto, è risuscitato ed è salito al cielo.
Ecco perché dobbiamo ringraziare costantemente Dio per essersi degnato di farci nascere dopo il compimento di tutti questi grandi misteri. In quanto a quelli che sono morti tra la Risurrezione e l’Ascensione, benché più felici di molti altri, non lo sono stati però quanto noi, perché i misteri di Cristo non erano allora completi.
Quelli che sono morti tra la morte di Nostro Signore e la sua Risurrezione furono meno felici ancora.
Quanto a coloro che sono morti prima della venuta di Gesù Cristo, non avevano altro che le speranze ed era loro necessario lasciare questa vita prima di vederle realizzate. Quanto più fortunati siamo noi rispetto a quelli che ci hanno preceduto! Noi diciamo: Unde et memores, Domine, nos servi tui, sed et plebs tua sanata, eju-sdem Christi Filli tui Domini nostri tam beatae Passionis, nec non et ab inferis Resurrectionis, sed et in caelos gloriosae Ascensionis. Quanta forza ci danno queste parole che ci ricordano la Passione, la Risurrezione e la gloriosa Ascensione di Gesù Cristo! Qual religioso fervore e quale amore non dobbiamo avere per una sola Messa, poiché è ciò che di più grande ha fatto Gesù Signore! È tutto ciò ch’Egli può fare; è ciò che farà sempre, perché il ministero di Gesù Cristo non cesserà mai; Egli è e sarà sempre il Sommo Sacerdote: Tu es sacerdos in aeternum.
Nostro Signore sarà sempre Sacerdote, poiché lo stesso Padre suo glielo ha detto: Juravit Dominus et non paenitebit eum: tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedech, “il Signore l’ha giurato, e non se ne pentirà: tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech” (Sai 109,4). Il Signore lo ha giurato, juravit, e – aggiunge -: secondo l’ordine di Melchisedech, perché Gesù Cristo deve esercitar il suo ministero per mezzo del pane e del vino che furono anche la materia del sacrificio di Melchisedech. È dunque Sacerdote per sempre – in aeternum – offrendosi sempre per noi ed essendo sempre vivo. E ciò, secondo quanto afferma san Paolo, al fine d’interceder per noi: Semper vivens ad interpellandum prò nobis (Eb 7,25), avendo conservato le piaghe della sua Passione per esser in relazione col Sacrificio ed offrirle per noi al Padre.
Così la santa Chiesa dice con piena confidenza in Dio: Jube haec perferri per manus sancii Angeli tui in sublime altare tuum, in conspectu divinae majestatis tuae, “Comanda, Signore, che le cose che offriamo qui, haec, siano trasportate per mano del tuo Angelo al tuo sublime altare, perché formino un tutt’uno con quell’altare del cielo, poiché sono degne di esso”. E ciò perché sull’altare della terra come sull’altare del cielo, è sempre Gesù Cristo Colui che offre, essendo Sacerdote in eterno ed insieme Vittima. E, quando il mondo avrà cessato d’esistere, Nostro Signore continuerà a render a Dio i medesimi omaggi nella sua qualità di Sacerdote: sacerdos in aeternum, perché Dio deve essere sempre onorato. Orbene, la parte propiziatoria e la parte impetratoria del Sacrificio cesseranno d’esistere, mentre Gesù Cristo, sacerdos in aeternum, continuerà unicamente ad adorar e a ringraziare.
Non sarà inutile far notare brevemente che il santo Sacrificio della Messa è circondato dal sacrificio della lode, e questo riceve da quello la sua vita vera. La santa Chiesa ha fissato l’Ora Terza per offrire il santo Sacrificio. E poiché a quest’ora discese lo Spirito Santo sulla Chiesa, ci fa cominciare Terza dicendo: Nunc Sancte nobis Spiritus… Ella invoca il divino Spirito affinchè con la sua presenza la infervori e la prepari ad offrire il gran Sacrificio. Sin dal Mattutino, tutto l’Ufficio riceve già i raggi di luce che emanano da questo Sacrificio, e tale influenza durerà sin all’ora di Compieta, che pone fine al sacrificio della lode.
Un tempo, come abbiamo detto, l’elevazione avveniva alla fine del Canone, uso che ha conservato la Chiesa greca. Il sacerdote, dopo aver posto l’Ostia al di sopra del calice ed aver detto le parole: omnis honor et gloria, si volta verso i fedeli e mostra loro il Corpo e il Sangue del Signore, mentre il diacono fa ad essi udire le parole: Sancta sanctis, “le cose sante ai santi”.
Finita la grande preghiera del Canone, il sacerdote rompe il silenzio che finora regnava nell’assemblea ed esclama: Per omnia secula saeculorum. E il popolo risponde: Amen, in segno di approvazione di ciò che è stato fatto e d’unione all’offerta, presentata a Dio.

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