Importante appuntamento editoriale: “L’ANNO LITURGICO” di DOM PROSPER GUÉRANGER

Cop Anno Liturgico Gueranger web

Abbiamo ricevuto l’attesa comunicazione che è disponibile il primo Volume delle Meditazioni Spirituali sulla Liturgia da Pasqua a prima dell’Avvento dell’Abate liturgista Dom Prosper Guéranger, con una nuova traduzione  poichè l’opera non era da tempo più disponibile in italiano.
Il libro di 490 pagine si avvale di un considerevole sconto se viene prenotato in questi primi giorni direttamente dal sito di Fede e Cultura . 
Nel presente volume sono raccolte le meditazioni relative al Tempo Pasquale e alle ventiquattro settimane del Tempo dopo la Pentecoste.
Entro febbraio 2017, seguendo e precedendo l’anno liturgico, Fede e Cultura pubblicherà tutta l’opera in 4 volumi per un totale di circa 1600 pagine.

***

L’ANNO LITURGICO – Dom Prosper Guéranger 
© Fede & Cultura 
Titolo dell’opera originale: 
L’Année Liturgiqu
Prima edizione originale Le Mans 1841-1866. 
Nuova traduzione a cura della Redazione Fede & Cultura.

Quando la preghiera e un’intensa meditazione sulla Sacra Scrittura si incontrano con un amore sincero e appassionato per la divina liturgia, non possono che nascere opere dal respiro universale ed eterno come L’Anno liturgico dell’abate Guéranger.

Scritto e pubblicato tra il 1841 e il 1866, non era più disponibile in italiano.
Questa edizione rinnovata nella forma e nella traduzione ha il merito di colmare questo vuoto e di restituire alle mani di addetti ai lavori e semplici fedeli un patrimonio profondamente attuale, di analisi, spiegazioni e meditazioni sui sacri testi e sulle forme liturgiche.
La ricchezza e la profondità di questi scritti rimangono tuttora per molti versi insuperate.
Nella sua millenaria sapienza, la Chiesa ha saputo fare di ogni gesto, di ogni parola, di ogni momento liturgico un segno intriso di significato teologico e spirituale, che potesse condurre più facilmente e sicuramente l’anima a gustare la gioia dell’incontro profondo con Dio.
Oggi, in un tempo in cui la cura della Bellezza nella liturgia ha lasciato il passo a superficialità, quando non a sciatteria, le parole del Guéranger sapranno nuovamente condurre il lettore a riscoprire quel tesoro di sublimità inestimabile racchiuso in ogni atto di culto divino.
*** 
Autore: Dom Prosper Guéranger
Sottotitolo:Tempo pasquale – Tempo dopo la Pentecoste
Editore:Fede & Cultura
Collana:Spirituale
Pagine:490
Data di pubblicazione: Maggio 2016
Per informazioni e prenotazioni con lo sconto cliccare QUI 

Fonte : Fede e Cultura 

Settimana Santa tradizionale a Tolentino (MC)

Riceviamo dagli amici marchigiani i seguenti avvisi che volentieri pubblichiamo.

aa21-660x330

Tolentino (MC) Centro Storico

Chiesa del Sacro Cuore ( detta “dei sacconi” )

Il Parroco don Andrea Leonesi e la Ven.Confraternita del Sacro Cuore di Gesù, che il Vescovo San Vincenzo Maria Strambi istituita nel 1805, comunicano gli orari delle Sacre Funzioni della Settimana Santa 2016 in Rito Romano antico.

***

Domenica delle Palme 20 marzo

ore 15,30 Benedizione delle Palme

Processione

Messa Solenne

Canto della Passio “a tre preti”

Tradizionale processione penitenziale dei “sacconi” alla Basilica Concattedrale

***

Martedì Santo 22 marzo

ore 21 Petriolo (vicino Abbadia di Fiastra) Santuario Mater Misericordiae

Processione Eucaristica nel Centro Storico Medioevale a conclusione delle Sante Quarantore

***

Giovedì Santo 24 marzo 2016

Ore 15,45 Apertura della Chiesa per le Confessioni : il Parroco ed altri Sacerdoti saranno disponibili per le Confessioni

Ore 16,30 Santa Messa Solenne in Coena Domini

Reposizione del Santissimo Sacramento

Denudazione degli Altari

Adorazione Eucaristica fino alle ore 24,00.

Ore 21,00 Dalla Chiesa del Sacro Cuore : processione dei “sacconi” e dei fedeli per l’adorazione eucaristica nelle sette chiese urbane, per l’acquisto delle Sante Indulgenze.

***

Venerdì Santo 25 marzo 2016

Ore 13,15 Basilica Concattedrale San Catervo Martire : Tre Ore di Agonia di N.S.G.C.

Ore 16,30 Chiesa del Sacro Cuore : Feria VI In Parasceve

Adorazione della Santa Croce

Dalla Basilica Concattedrale: ore 20 Processione serale del “Cristo Morto”

***

Sabato Santo 26 marzo 2016

Ore 18 Confessioni

Ore 18,15 Veglia Pasquale e Messa Solenne di Risurrezione ( scoprimento delle Immagini) Scoprimento della statua del Cristo Risorto realizzata da un giovane Artista di Lecce per il 160° anniversario dell’Istituzione della Festa del Sacro Cuore.

***

Domenica di Pasqua 27 marzo 2016

Ore 18,30 Santa Messa Solenne di Pasqua.

Celebra Mons. Pio Pesaresi , Vicario Episcopale

Organista : Luca Migliorelli

Gregorianista : Lodovico Valentini

 

Per informazioni (anche sugli alloggi nel centro storico):  andrea.carradori45@gmail.com

Tempo di Passione: dalla velatura delle immagini alla svelata pasquale. Teologia e tradizione di un rito antico

I domenica di Passione 2

Pubblichiamo un accurato studio sulle origini e sul significato teologico e spirituale di un rito antichissimo, che caratterizza le ultime due settimane di Quaresima, dette “Tempo di Passione”.

di Alessandro Scaccianoce

Con la quinta domenica di Quaresima si entra nel “Tempo di Passione“, caratterizzato da una marcata attenzione al mistero della Passione e Morte del Signore Gesù.

In origine limitata alla sola Settimana Santa, che si apriva con la Domenica delle Palme, detta appunto “De Passione Domini”, nel tempo la contemplazione della Passione del Signore, culmine della Redenzione e fonte di vitalità spirituale, venne anticipata e celebrata anche nella settimana precedente.

Questo tempo speciale, che si inserisce nel già propizio tempo di Quaresima, viene sottolineato con alcune specifiche regole cultuali. Tra queste la più caratteristica è la “Velatio”, ovvero la velatura delle croci e delle immagini della chiesa esposte alla venerazione dei fedeli. A norma del Messale tridentino, nel sabato che precede la I domenica di Passione, (quindi il sabato della IV settimana di Quaresima), «finita la Messa e prima dei Vespri si coprono le croci e le immagini della chiesa con veli violacei; le croci restano coperte fino al termine dell’adorazione della croce da parte del celebrante il Venerdì Santo, le immagini fino all’intonazione del Gloria nella Messa della Vigilia Pasquale». In tale periodo solo le immagini della Via Crucis restano senza velo. Il giovedì santo la croce dell’altare maggiore, per il tempo della Messa, si copre con un velo bianco.

Si tratta di un rito molto antico risalente addirittura al sec. IX, forse un retaggio della separazione dei penitenti pubblici nella chiesa. I penitenti pubblici erano i fedeli che si erano resi colpevoli di gravi peccati dopo il Battesimo. Questi, dopo un periodo di penitenza, nel periodo precedente la Pasqua, venivano riammessi alla comunione la mattina del Giovedì Santo, con un apposito rito. Nel tempo, poi, tutti i cristiani furono assimilati ai penitenti pubblici, nella consapevolezza della necessità per tutti di un tempo di penitenza in preparazione alla Pasqua del Signore. Così cominciò a diffondersi l’abitudine di nascondere ai fedeli l’altare maggiore, per mostrare visivamente gli effetti del peccato, che rompe la comunione con il Signore e ne oscura la visione.

Da sempre, infatti, la liturgia si esprime in una ricchezza di segni che rendono manifesta la realtà dei Misteri celebrati sull’altare. Salvo qualche tentazione iconoclasta, che periodicamente riemerge nella storia della Chiesa.

Il Concilio di Trento, riferendosi in particolare alla S. Messa, motiva questa consuetudine ricordando che «la natura umana è tale che non può facilmente elevarsi alla meditazione delle cose divine senza aiuti esterni: per questa ragione la Chiesa come pia madre ha stabilito alcuni riti […] per introdurre i fedeli con questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle sublimi realtà nascoste in questo Sacrificio» (DS 1746).

E così, come per la liturgia è importante la presenza dell’immagine, altrettanto rilevante è la sua assenza. Il nascondimento dei Santi e di Cristo stesso aiuta ad alimentare l’attesa del giorno di Pasqua, giorno in cui quei volti si offrono nuovamente al nostro sguardo.

Al di là della sua origine, il rito della “Velatio”conserva ancora oggi un profondo significato e una intensa capacità catechetica ed emotiva:nascondere alla vista le immagini dei Santi aiuta a concentrarsi su Colui che è l’origine di ogni santità. Egli è colui che rende accessibile il cielo agli uomini. Senza di lui la nostra vita non avrebbe più una dimensione trascendente, sarebbe un vagare nelle tenebre del peccato e “nell’ombra della morte”. La velatura delle croci sottolinea anche fisicamente la privazione di Cristo, il “venir meno dello sposo”: “Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi” dice il profeta Isaia (53,8).

Quei veli che nascondono il Cristo alla nostra vista stanno a ricordare che quell’evento riaccade ancora oggi. Che anche noi siamo “tra gli uccisori di Cristo”, tra quelli che lo volevano gettare dal precipizio della città di Nazaret, o lapidarlo nel tempio di Gerusalemme. Si tratta, dunque, di un segno efficace che aiuta a meditare, riflettere e pregare sulla tragicità della condizione umana senza la presenza del Dio redentore.

Si capisce, allora, che nella I Domenica di Passione – secondo il calendario tridentino – venga proclamato il Vangelo di Giovanni che fa esplicito riferimento al nascondimento di Gesù di fronte ai suoi nemici: “Iesus autem abscondit se et exivit de templo” (Gesù si nascose e uscì dal tempio, Gv 8,59). Sembrerebbe che, in passato, la velatura del Crocifisso avvenisse proprio mentre il Diacono cantava questo versetto.

Nella sua ricchezza di significati il segno della “Velatio” rimanda anche alla velatura della Divinità di Nostro Signore, che possiamo illustrare con queste splendide parole di Sant’Agostino sulla passione del Signore: “Dio era nascosto; si vedeva la debolezza, la maestà era nascosta; si vedeva la carne, il Verbo era nascosto. Pativa la carne; dov’era il Verbo, quando la carne pativa? Eppure neanche il Verbo taceva, perché c’insegnava la pazienza”. La gloria di Cristo, dunque, è eclissata sotto le ignominie della Passione.

Lo scenario delle nostre chiese, con immagini, dipinti e simulacri velati, ci ripropone l’esperienza del “Deus absconditus” (Dio nascosto), su cui molta teologia ha scritto. In tale contesto, Dio va cercato nel proprio cuore, è lì che deve risorgere. Risulta particolarmente efficace al riguardo questa citazione di B. Pascal:“Gli uomini sono nelle tenebre e nella lontananza da Dio, che è nascosto alla loro coscienza. Egli non sarà colto che da quelli che lo cercano anzitutto nel cuore”. Questi sentimenti sono particolarmente accentuati alla sera del Giovedì Santo, in cui si fa memoria del “rapimento di Gesù” da parte delle guardie del tempio. Da quel momento egli è in balìa della loro ferocia. “E’ l’impero delle tenebre” (Lc 22,4), come afferma Gesù stesso.

Questa atmosfera in antico culminava nel caratteristico “Ufficio delle tenebre”, ovvero nella celebrazione del mattutino e delle lodi del Giovedì, del Venerdì e del Sabato Santo.
Ad ogni salmo veniva spento uno dei 15 ceri posti su un apposito candeliere (la “Saetta o Tenebrarium”) a forma di triangolo. Tutta la chiesa veniva così gradualmente immersa nel buio. Rimaneva accesa la candela più alta  (simbolo della fede di Maria, che è rimasta viva anche nel silenzio della morte di Cristo).

Dopo la riforma liturgica la pratica della“Velatio”, è stata pressoché universalmente abbandonata, sulla scorta di un malinteso “spirito conciliare”. In realtà, questo rito, di cui abbiamo cercato di spiegare la profondità e la ricchezza, conserva tutta la sua attualità. Si rese necessario, pertanto,  un intervento chiarificatore della Congregazione per il Culto Divino circa l’opportunità di conservare o recuperare questa usanza, come indicato nella lettera circolare Paschalis sollemnitatis del 16 gennaio 1988:«L’uso di coprire le croci e le immagini nella chiesa dalla domenica V di Quaresima può essere utilmente conservato secondo il giudizio della conferenza episcopale. Le croci rimangono coperte fino al termine della celebrazione della passione del Signore il Venerdì Santo; le immagini fino all’inizio della Veglia Pasquale» ( n. 26). La Conferenza Episcopale Italiana, dal canto suo, ha sempre fatto rinvio agli usi locali.

La stessa circolare specifica nel capitolo IV a proposito della Messa Vespertina del Giovedì Santo nella Cena del Signore: “Terminata laMessa [in Cena Domini] viene spogliato l’Altare della Celebrazione. E’ bene coprire le Croci della Chiesa con un velo di colore rosso o violaceo, a meno che non siano state già coperte il sabato prima della Domenica V di Quaresima. Nonpossono accendersi le luci davanti alle Immagini dei Santi”.

Nel rito ambrosiano tale pratica è estesa addirittura a tutta la Quaresima, in cui la forte meditazione sulla passione del Signore è sottolineata dai venerdì a-liturgici, in cui cioè non si celebra l’Eucaristia, e dall’uso del colore nero per tutte le ferie del tempo. A norma del Sinodo XLI n° 513 “nel pomeriggio del sabato precedente la prima Domenica di Quaresima nelle Chiese ed Oratori si devono coprire tutte le immagini sacre, siano dipinte o siano scolpite, che sono poste in venerazione, non quelle di ornamento”.

Significativa, poi, è la svelatura delle immagini, che – come abbiamo visto – avviene in due momenti diversi:  il Venerdì Santo viene scoperto il crocifisso, mentre tutte le altre immagini al gloria del Sabato Santo. Dopo il tempo in cui Cristo è stato sottratto ai nostri sguardi, ci viene restituito innanzitutto nell’immagine del “trafitto”. E’ questa la prima immagine che ci consegna la passione del Signore: un cuore aperto, donato fino all’ultima goccia di sangue e acqua.“Velum templi scissum est”, dicono i Vangeli. Quel velo che separava il Sancta Sanctorum(ovvero la parte più sacra del tempio di Gerusalemme) dal resto del Tempio, in cui  poteva accedere (una volta all’anno) il Sommo Sacerdote, viene lacerato alla morte di Cristo. In quel momento si “ri-vela” universalmente l’intima natura di Dio stesso nel cuore trafitto di Cristo. Il significato di questo velo è, come è stato ben scritto da autorevoli commentatori ed esegeti, che gli uomini sono separati da Dio a causa del peccato. La lacerazione del velo del Tempio, pertanto, sta a significare l’unione della terra con il cielo, rendendone l’accesso aperto ad ogni uomo. Ed ecco che la sapienza della Chiesa offre tutto questo alla nostra contemplazione attraverso il rito dell’adorazione della Croce che – secondo la forma più antica – viene svelata solennemente di fronte ai fedeli. In questo giorno si rendono evidenti le parole di Gesù: Questa generazione cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona” (Lc 11,29).

A questa prima “ri-velazione” del Venerdì Santo, fa seguito, nella Veglia Pasquale, la definitiva liberazione delle immagini di tutti i Santi. Il Cristo risorto, infatti, associa alla sua gloria quanti lo hanno seguito da vicino, testimoni della Sua redenzione.Penso all’efficace iconografia bizantina che raffigura la risurrezione di Cristo nell’atto di trarre dagli inferi Adamo ed Eva. Si capisce, allora, che le immagini dei Santi vengano svelate dopo che è stato dato l’annuncio della risurrezione di Cristo, al canto del “Gloria in esxcelsis”: “In lui risorto, tutta la vita risorge”, canta il Prefazio di Pasqua.

In Sicilia, tale prassi è molto ben documentata. Alla velatura delle immagini, infatti, la I Domenica di Passione, corrispondelo svelamento dell’altare maggiore che ha luogo alla vigilia di Pasqua. Al canto del gloria, mentre si sciolgono le campane, il lungo telone scuro (vi sono esemplari alti  anche più di dieci metri) che ha nascosto il presbiterio nelle due settimane precedenti, viene lasciato precipitare giù, restituendo ai fedeli l’altare maggiore con il simulacro del Cristo risorto in bella vista: “a calata ’a tila” (calata della tela).  Tale rito si è conservato anche quando il rito liturgico è stato spostato dal mezzogiorno alla notte del Sabato Santo. A questo momento, detto anche “a risuscita”, si legavano poi varie tradizioni popolari e contadine: come quella di trarre auspici dal numero di candele che rimanevano accese nonostante il forte spostamento d’aria generato dal repentino precipitare giù del telo. Questa tradizione si conserva tutt’oggi in molti centri della Sicilia (da Adrano e Belpasso a Nicolosi, da  San Giovanni la Punta a Catenanuova, daComiso a  Petralia Sottana, fino alla chiesa di San Domenico a Palermo).

Anche a Biancavilla la “Velatio” è attestata, come dimostrano, se non altro, molti teli violacei conservati nei più remoti angoli delle sacrestie delle chiese più antiche. Nella Chiesa Madre, inoltre, vi era un grandissimo telone, di circa 10 metri di altezza per 6 metri di larghezza, riproducente la scena della deposizione del Signore dalla croce, che ricopriva tutta l’area presbiterale durante il tempo di Passsione. Questa “tela”, probabilmente settecentesca (come le tele superstiti di alcuni paesi vicini),  nel tempo andò deteriorandosi, fino ad essere ripartita intorno agli anni 60 in piccole parti e divisa tra alcuni fedeli che ne fecero gli usi più vari (qualcuno anche per raccogliere le olive!). Circa dieci anni fa, per iniziativa di alcuni giovani, tale usanza è stata ripristinata, con una nuova tela realizzata ex novo dal M° Giuseppe Santangelo, che ne ha fatto anche un bellissimo esemplare per la chiesa dell’Annunziata. Tuttavia, la tela non viene utilizzata tutti gli anni e l’incontro degli occhi con il Signore Risorto è affidato ad altre soluzioni.

Il telo che nella notte del Sabato Santo precipita rovinosamente ha un definitivo significato escatologico: esso sta ad indicare che al nostro orizzonte è restituita la visione dell’al di là. Possiamo guardare con fiducia oltre la morte,poiché il Vivente sta lì, “primogenito di molti fratelli”, ad assicurarci che il nostro destino è il cielo, ovvero la profondità delle cose. Con la sua risurrezione Cristo ha guarito la nostra “cataratta” spirituale. E il segno della tela lo esprime in modo eloquente.

Alla fine della Veglia Pasquale, quei teli raccattati alla svelta, accantonati in un angolo, ci ricordano la realtà “fisica” della risurrezione. Anche per noi si rende possibile l’esperienza dell’Apostolo Giovanni che “vide i teli per terra” ed entrato, “vide e credette” (Gv 20,13).

fonte: santamariaelemosina.wordpress.com/

Benedetto XVI: la liturgia, una ripetizione solenne

 10646808_10205827808765028_5057329625004203974_n
Tempo fa il cardinale Ratzinger sosteneva che la liturgia non è data all’arbitrio del celebrante che ne fa quel che vuole. È, piuttosto, la ripetizione solenne di atti e parole (1).
È abbastanza difficile rendersi conto di tutto questo entrando in una qualsiasi chiesa cattolica-latina. L’ultima volta che l’ho fatto il prete ha deciso di sua volontà di saltare a pié pari il “Gloria”, nonostante fosse domenica e questo non si potesse fare.
Ovviamente di lì a poco ho preferito girare i tacchi e uscire, per non vedere altro. Chi ben inizia è a metà dell’opera, dice un proverbio. Ma se un celebrante inizia con delle omissioni, logicamente ci si aspetta ben altro in seguito …
Nel mondo ortodosso, in qualsiasi chiesa si entri, con un prete fior di santo o un poveraccio, la liturgia non cambia. È quella. In quest’ultimo caso le parole di Joseph Ratzinger, quand’era cardinale, si adattano a pennello: la liturgia è ripetizione solenne di atti e parole.
Non so se il cardinale spiegò il perché di questa ripetizione o se si limitò a dire che la liturgia dev’essere così, per essere tale, e basta.

Quel che so è che oggi, venendo a contatto con una liturgia che “non cambia” ne ho immediatamente capito la ragione profonda.

Gli atti, che qualsiasi uomo compie normalmente, anche se sono simili tra loro (alzarsi, andare a lavorare, mangiare…) non sono mai “atti rituali” perché, oltre a non avere un riferimento teologico, hanno ogni giorno qualcosa di diverso. Ogni giorno ci si può alzare in modo diverso, ad un orario leggermente differente, con un umore e uno stile diverso, ecc. Ogni giorno ci si può vestire differentemente. Questo perché gli atti ordinari sono sottomessi ad un genere di tempo che scorre, il tempo lineare: ieri non è identico a oggi e oggi non sarà identico a domani. Pur nella similarietà delle azioni esiste una variabilità data dal fatto di viverle in una modalità mondana sottomessa, dunque, a mille condizioni e influenzata pure dalla dispersione.
Queste azioni sono immerse in un tempo lineare, con un passato, un presente e un futuro. Ne è segno chiarissimo la moda che non è mai identica a se stessa.
Le azioni rituali, invece, per essere tali, dunque sacre, oltre ad avere un riferimento teologico non possono essere sottomesse alle condizioni di un tempo lineare (2). È vero che anche loro possono essere materialmente fatte oggi, in un momento preciso, ma è pur sempre vero che, simbolicamente, si collegano ad un tempo ciclico, non lineare. Il rito è immerso nel tempo ciclico e ne è espressione.
Il tempo della liturgia è ciclico perché prevede una continua identica ripetizione: l’anno liturgico si ripete identicamente ogni anno cronologico. Anche  una singola celebrazione è identica ogni domenica, pur avendo qualche piccolo elemento variabile dato dalle esigenze della festa celebrata.
Perché una volta nella liturgia romana latina il canone di consacrazione era uno solo e non c’erano alternative? Proprio per sottolineare quest’aspetto!
Sono convinto che anticamente fecero questa scelta non perché privi di fantasia ma perché dovevano sottolineare la sacralità dell’azione liturgica.
Il tempo ciclico è un tempo liturgico, un tempo che simbolicamente interrompe la frantumazione inserita nel mondo dal tempo lineare in cui una persona nasce, cresce, invecchia e muore. Viceversa il tempo ciclico ripresenta, in ogni epoca, sempre la stessa messa, nel 1500, nel 1700, nel 1900…. La messa non invecchia – sarebbe una bestemmia definire “vecchia” una liturgia come fecero gli innovatori cattolici che, con questa definizione, dimostrarono di non capire l’identità profonda della liturgia (3) -, gli uomini sì.
In una chiesa ortodossa abbiamo la stessa liturgia pressapoco dall’XI secolo ad oggi e anche prima le liturgie non erano variabili a piacere. Le generazioni, soggette al tempo lineare, passano ma la liturgia, soggetta al tempo ciclico, rimane.
Questa liturgia, sostanzialmente immutabile perché legata al tempo ciclico, è sacra, dunque slegata alla frantumazione delle realtà soggette al tempo ordinario e, proprio perché tale, fa da ponte simbolico tra la terra e il cielo. Se così non fosse decadrebbe inevitabilmente a prodotto secolare, come ogni cosa del mondo normale (e decaduto) che passa e và.

Il vero rito è dunque quello immutabile per queste precise ragioni. Ne consegue che quanto vediamo oggi, nella maggioranza delle chiese cattoliche di rito latino, non è un vero rito ma tende in non pochi casi ad essere una parodia dello stesso. Ovviamente lo si fa senza rendersene conto perché già a partire dai seminari queste spiegazioni elementari non si dicono affatto! Ne consegue che i sacerdoti di nuova formazione più modellano secolarmente la liturgia più credono di fare “bene”, senza capire che, invece, rovesciano l’ordine anticamente stabilito.

Anche osservando i riti occidentali, dal punto di vista appena esposto, si giunge, dunque, alla medesima conclusione spesso tratteggiata in questo blog: siamo spesso davanti ad una profonda alterazione in cui si equivoca per rito quanto oramai ha cessato di esserlo. In molti casi il culto non essendo rito, nel senso esposto, ha come perso i pioli di una scala che, altrimenti, porterebbe in Paradiso. Infatti non si può scherzare con i simboli impunemente facendo decadere una liturgia dalla sua ciclicità e immutabilità ad una sorta di linearità soggetta alle mode del secolo. Anche chi non ci capisce nulla di rito e di simbolo lo vive inevitabilmente e vi si conforma: il suo spirito o si eleverà o si adagierà!

__________

1) “La liturgia non è uno show, uno spettacolo che abbisogni di registi geniali e di attori di talento. La liturgia non vive di sorprese “simpatiche”, di trovate “accattivanti”, ma di ripetizioni solenni. Non deve esprimere l’attualità e il suo effimero ma il mistero del Sacro. Molti hanno pensato e detto che la liturgia debba essere “fatta” da tutta la comunità, per essere davvero sua. È una visione che ha condotto a misurarne il “successo” in termini di efficacia spettacolare, di intrattenimento. In questo modo è andato però disperso il proprium liturgico che non deriva da ciò che noi facciamo, ma dal fatto che qui accade Qualcosa che noi tutti insieme non possiamo proprio fare. Nella liturgia opera una forza, un potere che nemmeno la Chiesa tutta intera può conferirsi: ciò che vi si manifesta è l’assolutamente Altro che, attraverso la comunità (che non ne è dunque padrona ma serva, mero strumento) giunge sino a noi”. La citazione è ripresa da un libro dello stesso cardinale: Rapporto sulla fede.

È un discorso che ha tutta la mia approvazione. Tuttavia non mi pare di vedere, qui, il concetto di “tempo ciclico” e di “tempo lineare” che ben spiegherebbe perché una liturgia deve essere fissa e non variabile!
2) Anche qui si consideri come la liturgia cristiana abbia preso la moda di un determinato tempo (gli abiti della corte romana e bizantina) per assumerli nella liturgia e NON CAMBIARLI PIU’, “eternizzandoli” nel tempo.
3) Nonostante il rischio di apparire polemici si deve, tuttavia, ricordare che gli artefici della liturgia rinnovata (attualmente in voga nella maggioranza delle chiese cattoliche) erano uomini, più o meno, soggetti a quest’ideologia. Non a caso, all’atto pratico, molto clero si mise contro le “cose vecchie” della liturgia tradizionale. Erano passate delle disposizioni nuove ma pure uno spirito nuovo con il quale, d’ora in poi, si doveva giudicare il mondo passato. Inutile dire che questi uomini, nonostante dichiarino un certo apparente interesse soprattutto per motivi “ecumenici” verso i riti orientali, in realtà li vedono come anticaglie medioevali.
Sò bene che qualcuno potrà contestare questa mia tesi dicendo che, in fondo, pure il nuovo messale della Chiesa cattolica latina ha elementi fissi. In realtà la possibilità di fare innovazioni, di avere diversi testi opzionali a scelta e di cambiare nel tempo lo stesso messale (ne sono state fatte già alcune edizioni con ampliamenti nel giro di pochi anni), è un dato di fatto inconstestabile.
Così mentre la liturgia antica (anche romano cattolica) rispettava il tempo ciclico, quella rinnovata è sempre più sottomessa al tempo lineare.
Fonte: http://traditioliturgica.blogspot.it/

La misericordia nella liturgia antica

di don Marco Begato SDB

12373245_911679228869261_1996299168907431409_n

Nel Missale Romanum il termine misericordia ricorre circa 420 volte; i composti di miserere 118 volte. Una ricorrenza ogni due pagine. Tra gli attributi più frequenti l’attributo di Dio misericors

  1. Ordo Missae

Nell’Ordo Missae, che si ripete sempre uguale in pressoché tutte le celebrazioni dell’anno, la misericordia si incontra nei seguenti passaggi:

Preghiere ai piedi dell’altare
Misereatur tui omnipotens Deus…
Misereatur vestri omnipotens Deus…
Indulgentiam… misericors Dominus.
Ostende nobis, Domine, misericordiam tuam…

Salendo all’altare
Aufer a nobis, quaesumus, Domine, iniquitates nostras…
Kyrie eleison

Gloria
…qui tollis peccata mundi, miserere nobis… suscipe deprecationem nostram… miserere nobis.

Al Vangelo
…tua grata miseratione dignare mundare…

l’Offertorio
…pro innumerabilibus peccatis et offensionibus et neglegentiis meis…
…tuam deprecantes clementiam…
…redime me et miserere mei…

il Canone
…de multitudine miserationum tuarum sperantibus, partem aliquam et societatem donare digneris, cum tuis  sanctis Apostolis et Martyribus…

Comunione
…ope misericordiae tuae adiuti, et a peccato simus semper liberi et ab omni perturbatione securi…
Agnus Dei… miserere nobis (bis)
…mihique et omnibus, pro quibus illud obtuli, sit, te miserante, propitiabile.

  1. Missae proprie

Vagliamo assieme alcuni formulari propri di Missae particolarmente significative in relazione al tema della Misericordia.

PRO REMISSIONE PECCATORUM

 Oratio

Deus, qui nullum respuis, sed quantumvis peccantibus per paenitentiam pia miseratione placaris: respice propitius ad preces humilitatis nostrae, et illumina corda nostra; ut tua valeamus implere praecepta. Per Dominum nostrum.

 Secreta

Praesens sacrificium, Domine, quod tibi pro delictis nostris offerimus, sit tibi munus acceptum: et tarn viventibus quam defiinctis proficiat ad salutem. Per Dominum.

Postcommunio

Exaudi preces familiae tuae, omnipotens Deus: et praesta; ut sancta haec, quae a te sumpsimus, incorriipta in nobis, te donante, serventur. Per Dominum nostrum.

PRO INIMICIS

Oratio

Deus, pacis caritatisque amator et custos: da omnibus inimicis nostris pacem caritatemque veram; et cunctorum eis remissionem tribue peccatorum, nosque ab eorum insidiis potenter eripe. Per Dominum.

Secreta

Oblatis, quaesumus, Domine, placare muneribus: et nos ab inimicis nostris clementer eripe, eisque indulgentiam tribue delictorum. Per Dominum nostrum.

Postcommunio

Haec nos communio, Domine, eruat a delictis: et ab inimicorum defendat insidiis. Per Dominum.

IN MISSA DEFUNCTORUM

Oratio

Deus, cui proprium est misereri semper et parcere, te supplices exoramus pro anima famuli tui N. (famulae tuae N.), quam hodie de hoc saeculo migrare iussisti: ut non tradas earn in manus inimici, neque obliviscaris in finem, sed iubeas earn a sanctis Angelis suscipi et ad patriam paradisi perduci; ut, quia in te speravit et credidit, non poenas inferni sustineat, sed gaudia aeterna possideat. Per Dominum.

In die tertio, septimo et trigesimo: Oratio

Qusesumus, Domine, ut animae famuli tui N. (famulae tuae N.), cuius depositionis diem tertium (vel septimum vel trigesimum) commemoramus, Sanctorum atque electorum tuorum largiri digneris consortium: et rorem misericordiae tuae perennem infundas. Per Dominum.

Postcommunio

Suscipe, Domine, preces nostras pro anima famuli tui N. (famulae tuae N.): ut, si quae ei maculae de terrenis contagiis adhseserunt, remissionis tuae misericordia deleantur. Per Dominum.

 Die 17 octobris, S. Margaritas Maria Alacoque Virginis

Oratio

Domine Iesu Christe, qui investigabiles divitias Cordis tui beatae Margaritas Marias Virgini mirabiliter revelasti: da nobis eius meritis et imitatione; ut, te in omnibus et super omnia diligentes, iugem in eodem Corde tuo mansionem habere mereamur: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate.

Secreta

Accepta tibi sint, Domine, plebis tuae munera: et concede; ut ignis ille divinus nos inflammet, quo, de Corde Filii tui emisso, beata Margarita Maria vehementer aestuavit. Per eundem Dominum nostrum.

Postcommunio

Corporis et Sanguinis tui, Domine Iesu, sumptis mysteriis: concede nobis, quassumus, beata Margarita Maria Virgine intercedente; ut, superbis saeculi vanitatibus exutis, mansuetudinem et humilitatem Cordis tui induere mereamur: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate.

FERIA SEXTA POST DOMINICAM II POST PENTECOSTEN IN FESTO SACRATISSIMI CORDIS IESU

Oratio

Deus, qui nobis, in Corde Filii tui, nostris vulnerato peccatis, infinitos dilectionis thesauros misericorditer largiri dignaris: concede, quaesumus; ut, illi devotum pietatis nostrae prsestantes obsequium, dignae quoque satisfactionis exhibeamus officium. Per eundem Dominum.

Secreta

Respice, quaesumus,- Domine, ad ineffabilem Cordis dilecti Fflii tui caritatem: ut quod offerimus sit tibi munus acceptum et nostrorum expiation delictorum. Per eundem Dominum.

Prefatio de Sacratissimo Corde Iesu

Vere dignum et iustum est, aequum et salutare, nos tibi semper et ubique gratias agere: Domine, sancte Pater, omnipotens aeterne Deus: Qui Unigenitum tuum in Cruce pendentem lancea militis transfigi voluisti, ut apertum Cor, divinse largitatis sacrarium, torrentes nobis funderet miserationis et gratiae, et, quod amore nostri flagrare numquam destitit, piis esset requies et paenitentibus pateret salutis refugium. Et ideo cum Angelis et Archangelis, cum Thronis et Dominationibus, cumque omni militia caelestis exercitus, hymnum…

Postcommunio

Praebeant nobis, Domine Iesu, divinum tua sancta fervorem: quo, dulcissimi Cordis tui suavitate percepta; discamus terrena despicere, et amare caelestia: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate.

  1. La liturgia antica, lezione di misericordia

Dopo aver celermente guardato ai testi del rito, offriamo alcuni spunti di riflessione. I riferimenti alla Misericordia si concentrano in due momenti: le preghiere ai piedi dell’altare e le fasi precedenti la Comunione, dunque i fedeli – sacerdote e laici – sono invitati ad invocare la Misericordia prima di accedere all’altare e prima di accedere alla Comunione; il sacerdote la impetra anche durante i riti offertoriali che preparano e introducono il centro del Divin Sacrificio. Interessante poi vedere come il tema non manchi nei culti più significativi, come quello per i fedeli defunti, né in una forma propria, che è l’esaltazione del Sacro Cuore di Cristo: se miseri-cordia è avere a cuore il misero, tutto è detto e dato nel momento in cui l’umanità mantiene il coraggio di confessare la propria miseria, mentre accoglie il dono del Cuore per eccellenza, quello in cui anche il Padre si è compiaciuto (Tu es Filius meus dilectus; in te complacui mihi – Lc 3,22).

Più in generale possiamo muovere l’osservazione che l’intero rito nella Forma Extra-ordinaria risulta capace di esprimere intensamente il mistero della Misericordia divina, in quanto è sempre grandemente accentuato il tema della peccaminosità dei fedeli e la richiesta di soccorso. I numerosi gesti di penitenza – genuflessioni, inchini di vario grado, protratti silenzi – rimarcano tale intenzionalità. La differenziazione netta tra ruolo delchristifidelis e ruolo del sacerdos intensifica l’impressione relativa al moto penitenziale dell’uomo che va incontro al suo Signore, non diversamente dalle icone scritturistiche in cui gli antichi profeti salivano scalzi verso il monte della presenza divina, portando con sé le richieste del popolo. In tale rito rimane chiaramente attestato il valore espiatorio del sacrificio – purtroppo grandemente sfumato nel contesto della Forma Ordinaria – e con esso la consapevolezza della colpevolezza umana e del relativo bisogno di ottenere un perdono. Il fatto che la Missa sia intessuta di testi scritturistici, elemento rinforzato dal fatto che il Rito della Messa e il Lezionario sono fusi in un unico testo (il Missale), crea un dinamico movimento in cui i sentimenti religiosi si arricchiscono e si bilanciano con sapienza, sì che i temi centrali del Peccato e della Salvezza non manchino mai, né perciò si insista stucchevolmente su di essi, rischiando forme opinabili di amartiocentrismo (rischio prevalente nella teologia classica) o di irenismo (rischio prevalente nella teologia nuova). In sintesi: la Misericordia si impone quale tema fondamentale che scandisce il rito antico e perenne, risulta teologicamente ben presentata, infine sostiene lo sviluppo del movimento annuale liturgico senza oscurarne i variegati temi del Temporale o del Santorale.

La pulizia teologica del concetto liturgico di misericordia si apprezza anche valutandone la studiata assenza. Presente nell’inno angelico del Gloria, la supplica non è presente nel Credo, in cui pure ci si inginocchia a riconoscere lo straordinario evento della incarnazione, estremo gesto del “Buon Samaritano” che si piega sulle nostre ferite umane. Essa soprattutto latita in tutta la lunga preghiera del Canone, ove lo stupore per la Grazia divina che scende a inebriare la Chiesa in tutte le sue membra – terrestri e celesti, vivi e defunti, santi e peccatori – non concede luogo che all’adorazione della Vittima, ammutolendo i sentimenti troppo umani di cui sopra. Annotiamo l’assenza anche nel Pater noster, a buon diritto, in quanto la piena relazione filiale esclude quel distacco intrinseco alle dinamiche della misericordia, per quanto del compimento di esse la figliolanza sia il frutto maturo e definitivo. Da ultimo le richieste di misericordia – fatta salva la preghiera del celebrante che si umilia davanti a Dio al termine dell’immenso Ufficio adempiuto – non ricorrono in tutte le fasi finali della cerimonia. I fedeli, purificati dall’Offerta divina, godono della Grazia e inneggiano alla loro rinascita non ex sanguinibus… sed ex Deo, in questo momento essi non sono più peccatori bisognosi di soccorso, bensì, a motivo della presenza sacramentale di Cristo nei loro cuori, sono figli della luce in opposizione alle tenebre del mondo (cfr. l’ultimo Vangelo). La misericordia dunque pertiene al peccatore, al misero lontano da Dio, il quale su di sé la invoca (Missa dei fedeli), dopo averla riconosciuta presente e rivelata al mondo (Missa dei catecumeni), sapendo di poter essere efficacemente restaurato da essa. Uomo e Dio, peccato e purificazione, merito e Grazia, cura e missione si alternano nel trascorrere della celebrazione: il fedele esce rinnovato dal rito, pronto per portare al mondo quanto egli ha ricevuto dalla Chiesa Madre.

Brixiae, 15.10.2015

Fonte: amiciziasanbenedettobrixia.wordpress.com/

Benedetto XVI: chi disprezza la liturgia antica disprezza l’intero passato della Chiesa

525381_10200580804353197_1395150469_n

«C’è bisogno come minimo di una nuova consapevolezza liturgica che sottragga spazio alla tendenza a operare sulla liturgia come se fosse un oggetto della nostra abilità manipolatoria.
La cosa più importante oggi è riacquistare il rispetto della liturgia e la consapevolezza della sua non manipolabilità. Reimparare a riconoscerla nel suo essere una creatura vivente che cresce e che ci è stata donata, per il cui tramite noi prendiamo parte alla liturgia celeste.
Questa, credo, è la prima cosa: sconfiggere la tentazione di un fare dispotico, che concepisce la liturgia come oggetto di proprietà dell’uomo, e risvegliare il senso interiore del sacro. Tutto ciò deve essere preceduto da un processo educativo che argini la tendenza a mortificare la liturgia con invenzioni personali.
Per una retta presa di coscienza in materia liturgica è importante che venga meno l’atteggiamento di sufficienza per la forma liturgica in vigore fino al 1970. Chi oggi sostiene la continuità con questa liturgia viene messo all’indice; ogni tolleranza viene meno a questo riguardo. Nella storia non è mai accaduto niente di questo genere; così è l’intero passato della Chiesa a essere disprezzato. Come si può confidare nel suo presente, se le cose stanno così? Non capisco nemmeno, a essere franco, perchè tanta soggezione, da parte di molti confratelli Vescovi, nei confronti di questa intolleranza, che pare essere un tributo obbligato allo spirito dei tempi, e che pare contrastare, senza un motivo comprensibile, il processo di necessaria riconciliazione all’interno della Chiesa.
Oggi il latino nella Messa ci pare quasi un peccato. Ma così ci si preclude anche la possibilità di comunicare tra parlanti di lingue diverse, che è così preziosa in territori misti. Se nessuno sa più nemmeno cosa significhi “Kyrie” o “Gloria”, allora si è verificato un depauperamento culturale e il venire meno di elementi comuni. Ci dovrebbe anche essere una parte recitata in latino che garantisca la possibilità di ritrovarci in qualcosa che ci unisce.» (Benedetto XVI, Teologia della Liturgia)

Benedetto XVI: Una Chiesa sempre più umana e sempre meno divina

27-03-012

«La mia impressione è che tacitamente si vada perdendo il senso autenticamente cattolico della realtà “Chiesa” senza che lo si respinga espressamente. Molti non credono più che si tratti di una realtà voluta dal Signore stesso. Anche presso alcuni teologi, la Chiesa appare come una costruzione umana, uno strumento creato da noi e che quindi noi stessi possiamo riorganizzare liberamente a seconda delle esigenze del momento. Si è cioè insinuata in molti modi nel pensiero cattolico, e perfino nella teologia cattolica, una concezione di Chiesa che non si può neppure chiamare protestante, in senso ” classico “. Alcune idee ecclesiologiche correnti vanno collegate piuttosto al modello di certe “chiese libere” del Nord America, dove si rifugiavano i credenti per sfuggire al modello oppressivo di “chiesa di Stato” prodotto in Europa dalla Riforma. Quei profughi, non credendo più nella Chiesa come voluta da Cristo e volendo nello stesso tempo sfuggire alla chiesa di stato, creavano la loro chiesa, un’organizzazione strutturata secondo i loro bisogni. Per i cattolici la Chiesa è composta sì da uomini che ne organizzano il volto esterno; ma, dietro di questo, le strutture fondamentali sono volute da Dio stesso e quindi sono intangibili. Dietro la facciata umana sta il mistero di una realtà sovrumana sulla quale il riformatore, il sociologo, l’organizzatore non hanno alcuna autorità per intervenire. Se la Chiesa è vista invece come una costruzione umana, come un nostro artifizio, anche i contenuti della fede finiscono per diventare arbitrari: la fede, infatti, non ha più uno strumento autentico, garantito, attraverso il quale esprimersi. Così, senza una visione che sia anche soprannaturale e non solo sociologica del mistero della Chiesa, la stessa cristologia perde il suo riferimento con il Divino: a una struttura puramente umana finisce col corrispondere un progetto umano. Il Vangelo diventa il progetto-Gesù, il progetto liberazione-sociale, o altri progetti solo storici, immanenti, che possono sembrare anche religiosi in apparenza, ma sono ateistici nella sostanza»

(Joseph Ratzinger in “Rapporto sulla Fede”, 1985).

Differenze tra la Chiesa Cattolica e le chiese ortodosse

papato-tu-es-petrus-750

di Corrado Gnerre

Il Cristianesimo ortodosso (“ortodossia” significa “corretta opinione”) si chiama così perché convinto di applicare la vera volontà di Gesù Cristo.  Esso si esprime in comunità autocefale (cioè aventi in sé il proprio capo), che solitamente vengono erette al rango di patriarcato. Queste comunità sono in comunione fra loro, ma agiscono indipendentemente le une dalle altre. Vi sono poi alcune comunità autonome e semiautonome che hanno un notevole grado di autogoverno, ma non possono definirsi di governo proprio nel vero senso della parola, perché l’elezione del loro primate viene formalmente approvata dal sinodo della “chiesa” autocefala da cui dipendono.

All’interno dell’Ortodossia vi sono varie controversie giurisdizionali, e ciò per diversi motivi. In alcuni casi le questioni si legano all’autodeterminazione nazionale di un popolo, come nel caso delle “chiese” ucraina, montenegrina e macedone, le quali non sono in comunione con le principali chiese ortodosse.

Le comunità ortodosse più importanti sono quelle greca, russa, serba, bulgara e rumena. Complessivamente l’Ortodossia è per dimensioni la terza maggiore confessione cristiana, contando circa 250 milioni di fedeli, sia in Oriente che in Occidente.

La storia

Diamo qualche notizia sulla storia dell’Ortodossia. Le radici dello scisma sono nella decisione dell’Imperatore Costantino di fare di Costantinopoli (nell’anno 330) la “nuova Roma” e di renderla capitale dell’Impero. Fu così che nel 381 il vescovo di quella città pretese per il suo seggio un primato d’onore immediatamente dopo quello di Roma. A questo poi si aggiunse il fatto che l’Imperatore Teodosio si stabilì a Costantinopoli e alla sua morte l’Impero si divise in Impero d’Occidente e Impero d’Oriente. Quest’ultimo divenne la residenza stabile dell’imperatore d’Oriente.

Ciò accrebbe le pretese del Vescovo di Costantinopoli, che, al Concilio di Calcedonia (451), ottenne non soltanto la conferma del suo posto d’onore, ma un’effettiva giurisdizione sulle diocesi di Tracia, d’Asia, del Ponto e su altri Paesi vicini. Questa decisione fu adottata dopo la partenza dei legati romani e non fu mai riconosciuta dal Papato. Non fu così a Costantinopoli dove, poco a poco, si sviluppò quella convinzione che in germe contiene tutto lo “scisma” bizantino: il vescovo di Costantinopoli avrebbe dovuto avere sul Patriarcato un’autorità assoluta, ma avrebbe dovuto comunque riconoscersi, a livello onorifico, inferiore al Vescovo di Roma, il quale – evidentemente – anch’egli avrebbe dovuto esercitare un’autorità assoluta sui territori dell’Occidente.

È ovvio che alla base della separazione non vi fu solo l’ambizione dei patriarchi di Costantinopoli. Giocarono anche altri fattori. Per esempio: la diversità culturale latina rispetto a quella greco-orientale, la diversa mentalità teologica, la politica degli imperatori d’Oriente, i quali, non vedendo di buon occhio che la Chiesa del loro impero dipendesse da un’autorità straniera, appoggiavano e stimolavano le pretese dei vari patriarchi.

Dopo un breve scisma (863-867), operato dal patriarca di Costantinopoli Fozio, che tra l’altro lanciò anche l’argomento del Filioque (di cui parleremo in un successivamente), lo scisma definitivo avvenne nel 1054 con il patriarca Michele Cerulario. Questi salì alla sede di Costantinopoli il 25 marzo del 1043. Le relazioni con Roma erano già sospese da tempo. Il Papato attraversava uno dei periodi più tristi. Dal 901 al 1059 si contano una quarantina di papi di fronte a soli quindici patriarchi di Costantinopoli. Michele Cerulario non ruppe le relazioni con Roma, che di fatto non esistevano più, quanto fece fallire ogni tentativo di riprenderle. Riaprì la polemica contro i riti e gli usi latini, che Fozio aveva già cominciata. Per suo ordine furono chiuse tutte le chiese latine di Costantinopoli. Fece poi lanciare da Leone di Ocrida un manifesto offensivo contro gli usi latini.

Al papa Leone IX non restò che inviare a Costantinopoli una delegazione di legati con a capo il cardinale Umberto. Il tentativo fallì. Alla fine, ai legati pontifici non restò che deporre sull’altare della celebre basilica di Santa Sofia la bolla con cui veniva scomunicato Michele Cerulario. Era il 16 luglio del 1054. Cerulario ovviamente rispose scomunicando i legati. Al ritorno a Roma, il cardinale Umberto e i legati seppero che il Papa era morto il 19 aprile e le Sede era ancora vacante. Ma la loro sentenza fu accolta da tutti. Da quel momento lo scisma era un fatto compiuto.

Non solo scisma … ma anche eresia

La versione ufficiale vuole che il Cristianesimo ortodosso sia classificato come scismatico e non eretico. Ricordiamo la differenza tra eresia e scisma.

L’eresia è un errore che si pone sul piano della dottrina, lo scisma invece è un errore che si pone sul piano della disciplina. Dal momento che il Cristianesimo ortodosso viene ricordato soprattutto per il suo rifiuto alla sottomissione al Papa, in quanto Vescovo di Roma avente un potere di giurisdizione su tutti gli altri vescovi, esso viene considerato come una comunità scismatica. È un giudizio che convince poco e diciamo subito il perché.

Prima di tutto: già il rifiuto del primato petrino ha implicazioni non solo sul piano disciplinare ma anche su quello dottrinale. Secondo: è riduttivo ritenere che il Cristianesimo ortodosso si differenzi da quello cattolico solamente per la non accettazione del primato del Vescovo di Roma. Infatti, vi sono diverse differenze. Parliamone.

Chiesa e primato petrino

Gli ortodossi ritengono – a proposito della costituzione della Chiesa – che san Paolo sia stato del tutto pari a san Pietro (tesi del “duplice capo della Chiesa”, già condannata da Innocenzo X). Ovviamente questo comporta anche il rifiuto del dogma dell’infallibilità pontificia.

Gli ortodossi ritengono che nei primi secoli la Chiesa Cattolica non fosse “monarchica” e ritengono che il Primato della Chiesa Romana non poggi su validi argomenti.

Dio

Gli ortodossi, ovviamente, concepiscono Dio in maniera molto simile a come viene concepita dai cattolici, ma attenzione: non identica. Gli ortodossi credono sì in un solo Dio in tre persone (Padre, Figlio e Spirito Santo), ma per quanto riguarda il rapporto tra Dio e la creazione i loro teologi distinguono fra essenza eterna di Dio ed energie divine. L’essenza divina sarebbe inconoscibile, mentre possono essere conosciute le energie o atti divini. Ora, un conto è dire che il mistero di Dio non potrà mai essere completamente compreso dall’intelligenza delle creature (angelo o uomo che sia), altro è affermare una completa inconoscibilità dell’essenza divina. Ciò infatti può comportare la convinzione secondo cui Dio non sarebbe costitutivamente logos, bensì potrebbe essere concepito volontà pura indipendente da qualsiasi logica. Si tratterebbe, ovviamente, di un effetto del rifiuto del metodo analogico, cioè della possibilità di conoscere la natura di Dio anche attraverso la ragione umana.

Dunque, una tale convinzione (la completa non conoscibilità dell’essenza divina) può portare a delle conseguenze ben precise. Prima fra tutte quella di “separare” (e non solamente “distinguere”) il piano naturale da quello soprannaturale. Ovvero di ritenere il piano naturale giudicato da leggi completamente diverse rispetto all’essenza della realtà soprannaturale. Tanto è vero questo, che l’Ortodossia pone poca attenzione al rapporto tra fede e scienza, rapporto che è invece è sempre stato ed è tuttora importante per il Cattolicesimo. Altra conseguenza è il fenomeno del cesaropapismo, ovvero la sottomissione del potere religioso rispetto a quello politico. È vero che questo fenomeno è legato primariamente alla rinuncia da parte dell’Ortodossia del potere temporale, ma non ne è estranea anche la singolare concezione di Dio di cui abbiamo appena parlato.

Gli ortodossi ritengono che il dogma della processione dello Spirito Santo anche dal Figlio (“Filioque”) non sia contenuto nelle parole del Vangelo o non sia stato accettato dalla fede degli antichi Padri. Al limite, dichiarano di essere disposti ad affermare l’espressione secondo cui lo Spirito Santo procederebbe dal Padre attraverso il Figlio, ma non dal Figlio. Le conseguenze di una convinzione di questo tipo sono molto importanti. Infatti, negare che lo Spirito Santo proceda logicamente dal Figlio, vuol dire negare che l’amore proceda dalla verità. È quella negazione di Dio come logos a cui abbiamo già fatto cenno.

La Vergine Maria

Per quanto riguarda la Vergine Maria, gli ortodossi negano il dogma dell’Immacolata Concezione, affermando che la Vergine sarebbe stata concepita con il peccato originale, ma che poi sarebbe stata purificata al momento del concepimento del Verbo Incarnato.

Si insiste, invece, sul fatto che Maria non commise mai peccato, che rimase sempre vergine e che, ovviamente, è vera Madre di Dio. Si afferma anche che Maria fu assunta in Cielo, ma non se ne fa una verità vincolante.

I sacramenti

Per quanto riguarda i sacramenti, il Cristianesimo ortodosso non ne ha mai definito dogmaticamente il numero. In tempi recenti ha riconosciuto di fatto i sette sacramenti della Chiesa Cattolica ai quali ha aggiunto altri come: la tonsura monastica, la benedizione delle acque, la consacrazione delle icone… Insomma, l’Ortodossia non riconosce una vera differenza tra sacramenti e sacramentali.

Per quanto riguarda il Battesimo, a differenza della Chiesa Cattolica dove questo può essere amministrato anche per infusione, nelle comunità ortodosse esso deve invece essere amministrato per immersione.

Per quanto riguarda la Cresima, il rito ortodosso è esteso a tutto il corpo con una serie di unzioni col crisma benedetto dal vescovo. A differenza del Cattolicesimo, il ministro può anche essere il sacerdote, anche se il crisma deve essere comunque consacrato da un vescovo.

Per quanto riguarda l’Eucaristia, nell’Ortodossia non si utilizza il termine transustanziazione ma trasmutazione. Teologicamente non cambia nulla. L’Eucaristia è celebrata con pane di frumento fermentato e non azimo (questa è una differenza) e vino rosso mescolato con acqua tiepida all’interno del calice. La Comunione è distribuita sempre sotto le due specie. Per riceverla non si esige la capacità di distinguere il pane comune da quello “trasmutato”, infatti la Comunione può essere amministrata anche ai bambini molto piccoli dopo il Battesimo. Altra differenza: mentre i cattolici identificano la transustanziazione con le parole di Cristo all’Ultima Cena, gli ortodossi identificano la trasmutazione con la conclusione del canone eucaristico, ovvero con l’epiclesi o invocazione allo Spirito Santo.

Per quanto riguarda il sacramento della Penitenza, esso è molto simile a quello cattolico. Però nell’Ortodossia ognuno deve confessarsi col proprio “padre spirituale” e senza il confessionale a grata. Alcuni affermano che nell’Ortodossia la Confessione verrebbe vista soprattutto come una sorta di “terapia dell’anima”. Infatti, a differenza di ciò che accade nel Cattolicesimo, il confessore non “assolve” il penitente dai peccati bensì recita una preghiera invocando il perdono divino.

Per quanto riguarda l’Unzione degli infermi, nell’Ortodossia questo sacramento può essere amministrato anche a coloro che soffrono solo spiritualmente e non è stato mai solo riservato agli ultimi momenti della vita.

Per quanto riguarda l’Ordine, anche nell’Ortodossia esso permette la creazione dei ministri della Chiesa, nei tre gradi di vescovo, presbitero e diacono. Solo il vescovo è eletto fra i celibi (specificamente fra i monaci), mentre sacerdoti e diaconi possono essere scelti tanto fra celibi quanto tra sposati, per quest’ultimi però è necessario che non siano in seconde nozze e non si sposino dopo l’ordinazione. I ministri sono eletti solo fra i maschi.

E infine il Matrimonio. Per l’Ortodossia neppure la morte di uno dei due coniugi può sciogliere il vincolo. Solo il vescovo può decidere se ammettere i suoi diocesani a seconde o terze nozze. A questo però si aggiunge qualcosa che va completamente a discapito di questo sacramento: si afferma che, ove sia assolutamente venuto meno l’amore coniugale per adulterio, può ammettersi il divorzio. Si tratta di un permesso causato da una errata interpretazione di Matteo 19, 9: «Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commette adulterio». In realtà, Gesù vuol dire che in caso di concubinato la propria moglie si può ripudiare perché non è davvero moglie, mentre gli ortodossi interpretano, sbagliando, concubinato come adulterio e quindi come una possibile eccezione all’indissolubilità del matrimonio.

La negazione del Purgatorio

Gli ortodossi non credono nel Purgatorio, anche se – contraddittoriamente – invitano a pregare per i defunti. In realtà, si afferma che dopo la morte nel suo avvicinamento verso Dio l’anima dovrebbe superare dei punti di blocco, definiti “stazioni di pedaggio”. In questo avvicinamento l’anima incontrerebbe i cosiddetti “demoni dell’aria” e sarebbe da loro giudicata, provata e tentata. Il giusto che ha vissuto santamente la sua vita terrena supererebbe velocemente queste prove senza timore e terrore.

Le varietà

Una differenza importante è tra chiese ortodosse calcedoniane e chiese ortodosse non calcedoniane.

Le prime costituiscono la realtà più comunemente nota con il nome di Ortodossia. Esse sono: gli antichi patriarcati di Gerusalemme, Antiochia, Alessandria e Costantinopoli e diverse altre chiese autocefale. Pur nel rispetto di una forte autonomia, queste “chiese” sono in una forte comunione.

Le seconde (le chiese non calcedoniane) o antico-orientali sono diffuse dall’Armenia fino all’Africa orientale e all’India del Sud. Si tratta di “chiese” che si sono poste al di fuori dell’antico Impero Romano d’Oriente, di cui hanno rifiutato le formulazioni di fede cristologica definite dal Concilio di Calcedonia del 451.

Inoltre va detto che esistono chiese che hanno riti pressoché identici all’Ortodossia, ma che riconoscono l’autorità di Roma. Queste chiese sono dette solitamente uniate, ma i loro fedeli preferiscono definirsi cattolici di rito orientale.

Bisogna convertire gli ortodossi

Purtroppo in non pochi ambienti cattolici si è diffusa la convinzione secondo cui non sarebbe necessario convertire gli ortodossi, perché Ortodossia e Cattolicesimo sarebbero due parti dell’unica Chiesa Corpo Mistico di Cristo.

Prima di vedere quanto errata sia una simile convinzione, ricordo che i santi hanno sempre preteso che gli ortodossi si convertissero al Cattolicesimo. Nestor Caterinovich apparteneva alla Ortodossia russa. Quando incontrò san Pio da Pietrelcina si convertì con tutta la sua famiglia alla fede cattolica e sottolineò sempre la felicità che ne derivò: «Padre Pio – soleva dire commosso ai suoi amici – ha trionfato sul nostro cuore, ma col suo trionfo ha procurato a noi una tale felicità, che non possiamo fare a meno di recarci il più sovente possibile al suo convento, per dimostrargli l’inalterabile riconoscenza dell’animo nostro».

Veniamo adesso a confutare la tesi secondo cui Chiesa Cattolica e Chiesa ortodossa sarebbero due parti di un’unica chiesa. Offriamo alcune citazioni importanti.

  • Sant’Ambrogio (339-397) afferma chiaramente: «Ubi ergo Petrus ibi Ecclesia» ovvero: “Perciò dov’è Pietro ivi è la Chiesa.”
  • La professione di fede di Michele Paleologo, accettata dagli orientali nel 1274, afferma chiaramente: «la santa Chiesa romana ha anche primato ed autorità sovrana su tutta la Chiesa cattolica (…). Ad essa sono sottomesse tutte le Chiese e i loro prelati le prestano obbedienza e riverenza».
  • Nei decreti del Concilio di Firenze (secolo XV), firmati dagli orientali, è scritto: «Definiamo anche che la Santa Sede apostolica e il Pontefice romano posseggono il primato su tutta la terra; che questo pontefice romano è il successore del beato Pietro, il capo degli Apostoli e il vero vicario di Cristo, la testa di tutta la Chiesa, il padre e il dottore di tutti i cristiani; che a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato da Nostro Signore Gesù Cristo il pieno potere di pascere, reggere e governare tuta la Chiesa, come dicono gli atti dei concili ecumenici e i sacri canoni».
  • Il Concilio Vaticano I (1870), nella costituzione Pastor aeternus, afferma: «Affinché l’episcopato fosse uno ed indiviso, affinché, grazie all’unione stretta e reciproca dei Pastori, l’intera moltitudine dei credenti fosse custodita nell’unità della fede e della comunione, Cristo, collocando il beato Pietro a capo degli altri Apostoli, stabilì nella sua persona il principio duraturo e il fondamento visibile di questa duplice unità».
  • Leone XIII scrive nella Satis cognitum: «Gesù Cristo non ha affatto concepito ed istituito una Chiesa formata da più comunità, simili per alcuni caratteri generali, ma distinte le une dalle altre e non unite da quei legami che soli possono dare alla Chiesa l’individualità e l’unità che professiamo nel simbolo della fede: “Credo la Chiesa…una”». E ancora: «E dunque proprio di Pietro sorreggere e conservare unita e ferma con indissolubile compagine la Chiesa. Ma come potrebbe egli adempiere questo compito, se non avesse il potere di comandare, vietare, giudicare; in una parola, senza un vero e proprio potere di giurisdizione? Infatti solo in virtù di questo potere si conservano gli Stati e le società. Un primato d’onore o anche quel modesto potere di consigliare ed ammonire, detto potere di direzione, non possono conferire a nessuna società umana un elemento efficace d’unità e di solidità».
  • Pio XI è di una chiarezza inequivocabile. Scrive nella Mortalium animos: «Il corpo mistico di Cristo, cioè la Chiesa, è omogeneo e perfettamente articolato, come un corpo fisico; è perciò illogico e ridicolo pretendere che il Corpo Mistico possa essere formato da membra sparse, isolate le une dalle altre; perciò chi non gli è unito non può essere suo membro, né saldato al capo che è Cristo. Nessuno si trova e permane in quest’unica Chiesa di Cristo, se non riconosce ed accetta con ubbidienza l’autorità e il potere di Pietro e de suoi legittimi successori».

Per concludere, pensiamo piuttosto ai tanti martiri della Chiesa uniate, che, pur di rimanere fedeli a Roma, hanno offerto la loro vita. A che pro se essere ortodossi equivale ad essere cattolici? Il grande cardinale Joseph Slipyi, prigioniero per diciotto anni in un gulag, lo ricordò: «I nostri predecessori si sono sforzati per mille anni di conservare il legame con la Sede apostolica romana, e negli anni 1595 e 1596 hanno consolidato l’unione con la Chiesa cattolica romana a certe condizioni che i Papi hanno solennemente promesso di rispettare. Durante quattro secoli, questa unione è stata autenticata da un gran numero di martiri ucraini e ancora oggi questa difesa della santa unione da parte dei nostri fratelli è gloriosamente iscritta negli annali della Chiesa».

Nell’Ortodossia c’è solo una successione apostolica materiale, ma non formale ed essenziale

Certamente non si può negare che nella Chiesa ortodossa vi sia una reale successione apostolica. Ma tale constatazione merita però un approfondimento per evitare delle pericolose semplificazioni.

Cristo ha istituito una Chiesa gerarchica e monarchica fondando un collegio apostolico sotto l’autorità di Pietro. A loro volta gli Apostoli hanno fondato chiese locali. Con il passare dei secoli i successori degli Apostoli hanno ricevuto i poteri per governare quelle chiese.

Questo aspetto materiale della successione dei vescovi non deve però far passare in secondo piano un altro aspetto, ovvero quello formale ed essenziale. Infatti, l’episcopato può essere ricevuto materialmente ma non formalmente se si è separati dalla Chiesa e dal suo capo in Terra, che è il Vescovo di Roma.

Certamente, la sola successione materiale comporta la validità dei sacramenti, ma non esprime la purezza di tale successione.

fonte: ilgiudiziocattolico