“UNA CUM PAPA NOSTRO”: mirabile intervista all’Abbé Barthe, cappellano del Pellegrinaggio

Intervista al padre Claude Barthe, cappellano ufficiale del Pellegrinaggio Tradizionale Internazionale Una Cum Papa Nostro

di ALBERTO CAROSA

Dopo l’annuncio che sarà il cardinale Antonio Cañizares Llovera a celebrare il pontificale in rito straordinario in San Pietro il 3 novembre, a conclusione del pellegrinaggio “Una cum Papa nostro” (1-3 novembre 2012) organizzato dal CISP – Coetus Internationalis Summorum Pontificum, saranno almeno altri due gli alti prelati coinvolti nelle varie celebrazioni collaterali per i pellegrini nelle festa di Ognissanti e nella commemorazione dei defunti. Si tratta del cardinale Walter Brandmüller, che celebrerà un pontificale giovedì 1 novembre alle ore 10:30 nella parrocchia personale per il rito antico della Ss.ma Trinità dei Pellegrini, mentre venerdì 2 novembre, sempre nella stessa chiesa ma alle 18:30, una messa pontificale da requiem sarà celebrata da mons. Giuseppe Sciacca, segretario del Governatorato Vaticano.

Queste celebrazioni sono state raccomandate dall’Abbé Barthe, il cappellano ufficiale del pellegrinaggio, che aveva invitato ogni gruppo partecipante ad organizzare un ritrovo di preghiera o una celebrazione almeno il giorno prima del 3 novembre. Per saperne di più sul significato, portata e implicazioni di questa manifestazione di sostegno al Santo Padre promossa dal CISP, gruppo che riunisce le organizzazioni tradizionaliste cattoliche di diversi paesi, l’Abbé ci ha gentilmente concesso questa intervista esclusiva.

Padre, da più parti ci hanno chiesto notizie su di lei. Ci può fornire per favore un suo breve curriculum vitae, formazione ricevuta, studi compiuti, nascita della sua vocazione sacerdotale ecc.?

Sono nato nel 1947 a Fleurance, nel sud-ovest della Francia. La mia vocazione risale alla mia infanzia cattolica. Ho studiato presso l’istituto cattolico di Tolosa, come seminarista diocesano, ma la rivoluzione post conciliare mi costrinse ad abbandonare il seminario. Intrapresi poi degli studi di storia e di diritto, legandomi alla liturgia tradizionale, tanto da entrare a Ecône dove fui ordinato sacerdote da monsignor Lefebvre nel 1979. In seguito sono stato dalla parte dei tradizionalisti “duri”, poi sempre più romani, e alla fine sono diventato sacerdote diocesano (insegno anche liturgia in un seminario tradizionale). Si può anche dire che sono un “prete pubblicista”, per via dei numerosi (e forse anche troppi) libri e articoli.

Ma come nasce l’idea di questo pellegrinaggio tradizionalista e di scegliere lei come cappellano?

L’idea del pellegrinaggio e di una Messa tradizionale in San Pietro per il “popolo Summorum Pontificum” – sia quello delle diocesi che quello delle comunità, Fraternità San Pio X inclusa – si è sviluppata da circa un anno negli ambienti romani detti della “riforma della riforma”, dove si considera che la forma straordinaria del rito latino costituisce la vera e propria colonna vertebrale per una vera rinascita della liturgia. Si è pensato a me per il ruolo (molto modesto!) di cappellano perché sono considerato un partigiano dell’”unione delle forze vive”: tradizionalisti di tutte le tendenze.

Il 10 settembre lei ha tenuto la conferenza stampa di presentazione del pellegrinaggio: ce ne può riassumere gli aspetti salienti?

In primo luogo ho voluto far presente che sarà un rendimento di grazie. I pellegrini offriranno innanzi tutto una Messa nella forma straordinaria di ringraziamento e di sostegno filiale al Santo Padre in occasione del 5° anniversario del Motu Proprio Summorum Pontificum, che, come è noto, è entrato in vigore il 14 settembre 2007. Per moltissimi sacerdoti, diocesani e religiosi, che ormai celebrano la loro messa quotidiana nella forma straordinaria, è un beneficio spirituale davvero immenso, come pure per i fedeli di quelle parrocchie – sfortunatamente ancora troppo rare – che possono così godere di questa liturgia e della sua mistica. Si può dire che questo atto di Benedetto XVI ha fatto nascere un vero popolo Summorum Pontificum. Questo popolo vuole ringraziarlo di tutto ciò.

E per quanto riguarda altri aspetti?

Devo dire che si tratterà anche di una dimostrazione di fedeltà a Pietro. Il secondo scopo infatti è manifestare in questo modo il nostro amore per la Chiesa e la nostra fedeltà alla Sede di Pietro, particolarmente nell’attuale amara e difficile congiuntura. Siamo ben consapevoli che le fatiche che oggi affronta il Santo Padre sono pesanti. La messa romana tradizionale, in particolare nel Canone, è sempre stata considerata di per se stessa una magnifica professione di fede della Chiesa Mater et Magistra: è questo credo liturgico che vorremmo esprimere sulla Tomba degli Apostoli, presso il Successore di Pietro. Sarà poi un’offerta e una supplica. Vogliamo fare questo particolare dono al Signore soprattutto per domandarGli le grazie necessarie al Sovrano Pontefice per proseguire nell’opera meravigliosa che egli compie sin dall’inizio del suo pontificato e, specialmente oggi, in mezzo a croci e prove.

Visto che il pellegrinaggio avviene appena dopo l’apertura dell’Anno della Fede, c’è una relazione tra i due eventi? 

Certo. Il nostro pellegrinaggio intende anche essere un’espressione di partecipazione alla missione della Chiesa. Vorremmo apportare alla nuova evangelizzazione che il Santo Padre intende promuovere con l’Anno della Fede il contributo della sempre giovane liturgia tradizionale. È ben chiaro che essa è il sostegno di un gran numero di famiglie cosi come di tante organizzazioni e iniziative cattoliche, specialmente rivolte ai giovani (oratori, scuole, corsi di catechismo) e che è fonte di vocazioni religiose e sacerdotali in costante crescita, cosa che oggi, nel mondo occidentale, si rivela estremamente preziosa.

Direi che a volte non si rifletta abbastanza su questa “crisi” vocazionale degli istituti tradizionali, opposta a quella delle diocesi ordinarie, nel senso che sono costretti a respingere candidati al sacerdozio per mancanza di strutture.

Mi sembra infatti che occorra insistere su questo punto. Per grazia di Dio, in certi paesi come la Francia e gli Stati Uniti – ma il fenomeno potrebbe estendersi – la liturgia tradizionale, purtroppo senza colmare tutti i vuoti, conserva una crescita vocazionale importante. In Francia, per esempio, a fronte di 710 seminaristi diocesani, ci sono 140 seminaristi francesi (di cui 50 della FSSPX) in seminari dedicati alla forma straordinaria, vale a dire il 16%. Questo rapporto si ritrova nel numero delle ordinazioni: quest’anno 21 novelli sacerdoti straordinari contro 97 diocesani. Inoltre, la configurazione spirituale di questo nuovo clero diocesano è in piena mutazione: i giovani preti delle diocesi e i seminaristi diocesani sono attratti dalla celebrazione delle due forme del rito e lo dicono espressamente (in Francia, non è esagerato sostenere che almeno un terzo dei candidati al sacerdozio diocesano possa essere considerato come Summorum Pontificum).

È proprio questo che vorremmo esprimere religiosamente con il pellegrinaggio e la Messa a San Pietro del 3 novembre: quello che si può chiamare il popolo Summorum Pontificum, il popolino (le petit peuple) come si dice in francese per indicare la gente comune, è oggi a disposizione del Santo Padre per la missione della Chiesa.

Secondo lei, come si spiegano le critiche e le perplessità sul pellegrinaggio provenienti da certi ambienti italiani? 

Voglio farle una confessione: sono stato io a suggerire che il comitato si formasse attorno a “Una Voce”, un’organizzazione considerata molto “neutra” nel mondo tradizionalista, e per questo meno soggetta a critiche. Inoltre, conoscendo le divisioni nel (piccolo) mondo tradizionalista italiano, l’idea di appoggiarci su un comitato di recente formazione mi sembrava una garanzia per evitare gelosie e rivalità. Mi è sembrato principalmente che le critiche paventassero la formazione di un organismo teso a federare l’intero mondo tradizionalista. Se quella fosse stata la nostra intenzione avremmo fatto prima a rendere la terra quadrata. Penso che tutti in giro per il mondo abbiano capito che questo comitato non è altro che una modesta organizzazione messa insieme espressamente per quest’occasione al fine di lanciare il movimento per il pellegrinaggio, seguirlo fino a San Pietro e dissolversi poi la sera del 3 novembre. Ci tengo poi a sottolineare che la maggior parte delle critiche italiane sono state espresse sul contenuto stesso del Motu Proprio – arricchimento mutuo e rispetto dell’autorità episcopale – e dunque è purtroppo proprio il Papa, in definitiva, ad essere attaccato dai nostri detrattori.

Con quale messaggio intende concludere questa intervista?

Direi – con parole che non hanno nulla di teologico ma che i fedeli potranno capire – che questa Messa del 3 novembre vuole essere una grande messa “parrocchiale”: dei cattolici del mondo intero vengono a pregare insieme, presso il “Parroco universale”, il Papa. Vogliono pregare tutti insieme per lui , e con lui, in questa liturgia latina gregoriana che è per essenza propria una liturgia di comunione. 

da http://vaticaninsider.lastampa.it