Tempo di Passione: dalla velatura delle immagini alla svelata pasquale. Teologia e tradizione di un rito antico

I domenica di Passione 2

Pubblichiamo un accurato studio sulle origini e sul significato teologico e spirituale di un rito antichissimo, che caratterizza le ultime due settimane di Quaresima, dette “Tempo di Passione”.

di Alessandro Scaccianoce

Con la quinta domenica di Quaresima si entra nel “Tempo di Passione“, caratterizzato da una marcata attenzione al mistero della Passione e Morte del Signore Gesù.

In origine limitata alla sola Settimana Santa, che si apriva con la Domenica delle Palme, detta appunto “De Passione Domini”, nel tempo la contemplazione della Passione del Signore, culmine della Redenzione e fonte di vitalità spirituale, venne anticipata e celebrata anche nella settimana precedente.

Questo tempo speciale, che si inserisce nel già propizio tempo di Quaresima, viene sottolineato con alcune specifiche regole cultuali. Tra queste la più caratteristica è la “Velatio”, ovvero la velatura delle croci e delle immagini della chiesa esposte alla venerazione dei fedeli. A norma del Messale tridentino, nel sabato che precede la I domenica di Passione, (quindi il sabato della IV settimana di Quaresima), «finita la Messa e prima dei Vespri si coprono le croci e le immagini della chiesa con veli violacei; le croci restano coperte fino al termine dell’adorazione della croce da parte del celebrante il Venerdì Santo, le immagini fino all’intonazione del Gloria nella Messa della Vigilia Pasquale». In tale periodo solo le immagini della Via Crucis restano senza velo. Il giovedì santo la croce dell’altare maggiore, per il tempo della Messa, si copre con un velo bianco.

Si tratta di un rito molto antico risalente addirittura al sec. IX, forse un retaggio della separazione dei penitenti pubblici nella chiesa. I penitenti pubblici erano i fedeli che si erano resi colpevoli di gravi peccati dopo il Battesimo. Questi, dopo un periodo di penitenza, nel periodo precedente la Pasqua, venivano riammessi alla comunione la mattina del Giovedì Santo, con un apposito rito. Nel tempo, poi, tutti i cristiani furono assimilati ai penitenti pubblici, nella consapevolezza della necessità per tutti di un tempo di penitenza in preparazione alla Pasqua del Signore. Così cominciò a diffondersi l’abitudine di nascondere ai fedeli l’altare maggiore, per mostrare visivamente gli effetti del peccato, che rompe la comunione con il Signore e ne oscura la visione.

Da sempre, infatti, la liturgia si esprime in una ricchezza di segni che rendono manifesta la realtà dei Misteri celebrati sull’altare. Salvo qualche tentazione iconoclasta, che periodicamente riemerge nella storia della Chiesa.

Il Concilio di Trento, riferendosi in particolare alla S. Messa, motiva questa consuetudine ricordando che «la natura umana è tale che non può facilmente elevarsi alla meditazione delle cose divine senza aiuti esterni: per questa ragione la Chiesa come pia madre ha stabilito alcuni riti […] per introdurre i fedeli con questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle sublimi realtà nascoste in questo Sacrificio» (DS 1746).

E così, come per la liturgia è importante la presenza dell’immagine, altrettanto rilevante è la sua assenza. Il nascondimento dei Santi e di Cristo stesso aiuta ad alimentare l’attesa del giorno di Pasqua, giorno in cui quei volti si offrono nuovamente al nostro sguardo.

Al di là della sua origine, il rito della “Velatio”conserva ancora oggi un profondo significato e una intensa capacità catechetica ed emotiva:nascondere alla vista le immagini dei Santi aiuta a concentrarsi su Colui che è l’origine di ogni santità. Egli è colui che rende accessibile il cielo agli uomini. Senza di lui la nostra vita non avrebbe più una dimensione trascendente, sarebbe un vagare nelle tenebre del peccato e “nell’ombra della morte”. La velatura delle croci sottolinea anche fisicamente la privazione di Cristo, il “venir meno dello sposo”: “Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi” dice il profeta Isaia (53,8).

Quei veli che nascondono il Cristo alla nostra vista stanno a ricordare che quell’evento riaccade ancora oggi. Che anche noi siamo “tra gli uccisori di Cristo”, tra quelli che lo volevano gettare dal precipizio della città di Nazaret, o lapidarlo nel tempio di Gerusalemme. Si tratta, dunque, di un segno efficace che aiuta a meditare, riflettere e pregare sulla tragicità della condizione umana senza la presenza del Dio redentore.

Si capisce, allora, che nella I Domenica di Passione – secondo il calendario tridentino – venga proclamato il Vangelo di Giovanni che fa esplicito riferimento al nascondimento di Gesù di fronte ai suoi nemici: “Iesus autem abscondit se et exivit de templo” (Gesù si nascose e uscì dal tempio, Gv 8,59). Sembrerebbe che, in passato, la velatura del Crocifisso avvenisse proprio mentre il Diacono cantava questo versetto.

Nella sua ricchezza di significati il segno della “Velatio” rimanda anche alla velatura della Divinità di Nostro Signore, che possiamo illustrare con queste splendide parole di Sant’Agostino sulla passione del Signore: “Dio era nascosto; si vedeva la debolezza, la maestà era nascosta; si vedeva la carne, il Verbo era nascosto. Pativa la carne; dov’era il Verbo, quando la carne pativa? Eppure neanche il Verbo taceva, perché c’insegnava la pazienza”. La gloria di Cristo, dunque, è eclissata sotto le ignominie della Passione.

Lo scenario delle nostre chiese, con immagini, dipinti e simulacri velati, ci ripropone l’esperienza del “Deus absconditus” (Dio nascosto), su cui molta teologia ha scritto. In tale contesto, Dio va cercato nel proprio cuore, è lì che deve risorgere. Risulta particolarmente efficace al riguardo questa citazione di B. Pascal:“Gli uomini sono nelle tenebre e nella lontananza da Dio, che è nascosto alla loro coscienza. Egli non sarà colto che da quelli che lo cercano anzitutto nel cuore”. Questi sentimenti sono particolarmente accentuati alla sera del Giovedì Santo, in cui si fa memoria del “rapimento di Gesù” da parte delle guardie del tempio. Da quel momento egli è in balìa della loro ferocia. “E’ l’impero delle tenebre” (Lc 22,4), come afferma Gesù stesso.

Questa atmosfera in antico culminava nel caratteristico “Ufficio delle tenebre”, ovvero nella celebrazione del mattutino e delle lodi del Giovedì, del Venerdì e del Sabato Santo.
Ad ogni salmo veniva spento uno dei 15 ceri posti su un apposito candeliere (la “Saetta o Tenebrarium”) a forma di triangolo. Tutta la chiesa veniva così gradualmente immersa nel buio. Rimaneva accesa la candela più alta  (simbolo della fede di Maria, che è rimasta viva anche nel silenzio della morte di Cristo).

Dopo la riforma liturgica la pratica della“Velatio”, è stata pressoché universalmente abbandonata, sulla scorta di un malinteso “spirito conciliare”. In realtà, questo rito, di cui abbiamo cercato di spiegare la profondità e la ricchezza, conserva tutta la sua attualità. Si rese necessario, pertanto,  un intervento chiarificatore della Congregazione per il Culto Divino circa l’opportunità di conservare o recuperare questa usanza, come indicato nella lettera circolare Paschalis sollemnitatis del 16 gennaio 1988:«L’uso di coprire le croci e le immagini nella chiesa dalla domenica V di Quaresima può essere utilmente conservato secondo il giudizio della conferenza episcopale. Le croci rimangono coperte fino al termine della celebrazione della passione del Signore il Venerdì Santo; le immagini fino all’inizio della Veglia Pasquale» ( n. 26). La Conferenza Episcopale Italiana, dal canto suo, ha sempre fatto rinvio agli usi locali.

La stessa circolare specifica nel capitolo IV a proposito della Messa Vespertina del Giovedì Santo nella Cena del Signore: “Terminata laMessa [in Cena Domini] viene spogliato l’Altare della Celebrazione. E’ bene coprire le Croci della Chiesa con un velo di colore rosso o violaceo, a meno che non siano state già coperte il sabato prima della Domenica V di Quaresima. Nonpossono accendersi le luci davanti alle Immagini dei Santi”.

Nel rito ambrosiano tale pratica è estesa addirittura a tutta la Quaresima, in cui la forte meditazione sulla passione del Signore è sottolineata dai venerdì a-liturgici, in cui cioè non si celebra l’Eucaristia, e dall’uso del colore nero per tutte le ferie del tempo. A norma del Sinodo XLI n° 513 “nel pomeriggio del sabato precedente la prima Domenica di Quaresima nelle Chiese ed Oratori si devono coprire tutte le immagini sacre, siano dipinte o siano scolpite, che sono poste in venerazione, non quelle di ornamento”.

Significativa, poi, è la svelatura delle immagini, che – come abbiamo visto – avviene in due momenti diversi:  il Venerdì Santo viene scoperto il crocifisso, mentre tutte le altre immagini al gloria del Sabato Santo. Dopo il tempo in cui Cristo è stato sottratto ai nostri sguardi, ci viene restituito innanzitutto nell’immagine del “trafitto”. E’ questa la prima immagine che ci consegna la passione del Signore: un cuore aperto, donato fino all’ultima goccia di sangue e acqua.“Velum templi scissum est”, dicono i Vangeli. Quel velo che separava il Sancta Sanctorum(ovvero la parte più sacra del tempio di Gerusalemme) dal resto del Tempio, in cui  poteva accedere (una volta all’anno) il Sommo Sacerdote, viene lacerato alla morte di Cristo. In quel momento si “ri-vela” universalmente l’intima natura di Dio stesso nel cuore trafitto di Cristo. Il significato di questo velo è, come è stato ben scritto da autorevoli commentatori ed esegeti, che gli uomini sono separati da Dio a causa del peccato. La lacerazione del velo del Tempio, pertanto, sta a significare l’unione della terra con il cielo, rendendone l’accesso aperto ad ogni uomo. Ed ecco che la sapienza della Chiesa offre tutto questo alla nostra contemplazione attraverso il rito dell’adorazione della Croce che – secondo la forma più antica – viene svelata solennemente di fronte ai fedeli. In questo giorno si rendono evidenti le parole di Gesù: Questa generazione cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona” (Lc 11,29).

A questa prima “ri-velazione” del Venerdì Santo, fa seguito, nella Veglia Pasquale, la definitiva liberazione delle immagini di tutti i Santi. Il Cristo risorto, infatti, associa alla sua gloria quanti lo hanno seguito da vicino, testimoni della Sua redenzione.Penso all’efficace iconografia bizantina che raffigura la risurrezione di Cristo nell’atto di trarre dagli inferi Adamo ed Eva. Si capisce, allora, che le immagini dei Santi vengano svelate dopo che è stato dato l’annuncio della risurrezione di Cristo, al canto del “Gloria in esxcelsis”: “In lui risorto, tutta la vita risorge”, canta il Prefazio di Pasqua.

In Sicilia, tale prassi è molto ben documentata. Alla velatura delle immagini, infatti, la I Domenica di Passione, corrispondelo svelamento dell’altare maggiore che ha luogo alla vigilia di Pasqua. Al canto del gloria, mentre si sciolgono le campane, il lungo telone scuro (vi sono esemplari alti  anche più di dieci metri) che ha nascosto il presbiterio nelle due settimane precedenti, viene lasciato precipitare giù, restituendo ai fedeli l’altare maggiore con il simulacro del Cristo risorto in bella vista: “a calata ’a tila” (calata della tela).  Tale rito si è conservato anche quando il rito liturgico è stato spostato dal mezzogiorno alla notte del Sabato Santo. A questo momento, detto anche “a risuscita”, si legavano poi varie tradizioni popolari e contadine: come quella di trarre auspici dal numero di candele che rimanevano accese nonostante il forte spostamento d’aria generato dal repentino precipitare giù del telo. Questa tradizione si conserva tutt’oggi in molti centri della Sicilia (da Adrano e Belpasso a Nicolosi, da  San Giovanni la Punta a Catenanuova, daComiso a  Petralia Sottana, fino alla chiesa di San Domenico a Palermo).

Anche a Biancavilla la “Velatio” è attestata, come dimostrano, se non altro, molti teli violacei conservati nei più remoti angoli delle sacrestie delle chiese più antiche. Nella Chiesa Madre, inoltre, vi era un grandissimo telone, di circa 10 metri di altezza per 6 metri di larghezza, riproducente la scena della deposizione del Signore dalla croce, che ricopriva tutta l’area presbiterale durante il tempo di Passsione. Questa “tela”, probabilmente settecentesca (come le tele superstiti di alcuni paesi vicini),  nel tempo andò deteriorandosi, fino ad essere ripartita intorno agli anni 60 in piccole parti e divisa tra alcuni fedeli che ne fecero gli usi più vari (qualcuno anche per raccogliere le olive!). Circa dieci anni fa, per iniziativa di alcuni giovani, tale usanza è stata ripristinata, con una nuova tela realizzata ex novo dal M° Giuseppe Santangelo, che ne ha fatto anche un bellissimo esemplare per la chiesa dell’Annunziata. Tuttavia, la tela non viene utilizzata tutti gli anni e l’incontro degli occhi con il Signore Risorto è affidato ad altre soluzioni.

Il telo che nella notte del Sabato Santo precipita rovinosamente ha un definitivo significato escatologico: esso sta ad indicare che al nostro orizzonte è restituita la visione dell’al di là. Possiamo guardare con fiducia oltre la morte,poiché il Vivente sta lì, “primogenito di molti fratelli”, ad assicurarci che il nostro destino è il cielo, ovvero la profondità delle cose. Con la sua risurrezione Cristo ha guarito la nostra “cataratta” spirituale. E il segno della tela lo esprime in modo eloquente.

Alla fine della Veglia Pasquale, quei teli raccattati alla svelta, accantonati in un angolo, ci ricordano la realtà “fisica” della risurrezione. Anche per noi si rende possibile l’esperienza dell’Apostolo Giovanni che “vide i teli per terra” ed entrato, “vide e credette” (Gv 20,13).

fonte: santamariaelemosina.wordpress.com/

Benedetto XVI: la liturgia, una ripetizione solenne

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Tempo fa il cardinale Ratzinger sosteneva che la liturgia non è data all’arbitrio del celebrante che ne fa quel che vuole. È, piuttosto, la ripetizione solenne di atti e parole (1).
È abbastanza difficile rendersi conto di tutto questo entrando in una qualsiasi chiesa cattolica-latina. L’ultima volta che l’ho fatto il prete ha deciso di sua volontà di saltare a pié pari il “Gloria”, nonostante fosse domenica e questo non si potesse fare.
Ovviamente di lì a poco ho preferito girare i tacchi e uscire, per non vedere altro. Chi ben inizia è a metà dell’opera, dice un proverbio. Ma se un celebrante inizia con delle omissioni, logicamente ci si aspetta ben altro in seguito …
Nel mondo ortodosso, in qualsiasi chiesa si entri, con un prete fior di santo o un poveraccio, la liturgia non cambia. È quella. In quest’ultimo caso le parole di Joseph Ratzinger, quand’era cardinale, si adattano a pennello: la liturgia è ripetizione solenne di atti e parole.
Non so se il cardinale spiegò il perché di questa ripetizione o se si limitò a dire che la liturgia dev’essere così, per essere tale, e basta.

Quel che so è che oggi, venendo a contatto con una liturgia che “non cambia” ne ho immediatamente capito la ragione profonda.

Gli atti, che qualsiasi uomo compie normalmente, anche se sono simili tra loro (alzarsi, andare a lavorare, mangiare…) non sono mai “atti rituali” perché, oltre a non avere un riferimento teologico, hanno ogni giorno qualcosa di diverso. Ogni giorno ci si può alzare in modo diverso, ad un orario leggermente differente, con un umore e uno stile diverso, ecc. Ogni giorno ci si può vestire differentemente. Questo perché gli atti ordinari sono sottomessi ad un genere di tempo che scorre, il tempo lineare: ieri non è identico a oggi e oggi non sarà identico a domani. Pur nella similarietà delle azioni esiste una variabilità data dal fatto di viverle in una modalità mondana sottomessa, dunque, a mille condizioni e influenzata pure dalla dispersione.
Queste azioni sono immerse in un tempo lineare, con un passato, un presente e un futuro. Ne è segno chiarissimo la moda che non è mai identica a se stessa.
Le azioni rituali, invece, per essere tali, dunque sacre, oltre ad avere un riferimento teologico non possono essere sottomesse alle condizioni di un tempo lineare (2). È vero che anche loro possono essere materialmente fatte oggi, in un momento preciso, ma è pur sempre vero che, simbolicamente, si collegano ad un tempo ciclico, non lineare. Il rito è immerso nel tempo ciclico e ne è espressione.
Il tempo della liturgia è ciclico perché prevede una continua identica ripetizione: l’anno liturgico si ripete identicamente ogni anno cronologico. Anche  una singola celebrazione è identica ogni domenica, pur avendo qualche piccolo elemento variabile dato dalle esigenze della festa celebrata.
Perché una volta nella liturgia romana latina il canone di consacrazione era uno solo e non c’erano alternative? Proprio per sottolineare quest’aspetto!
Sono convinto che anticamente fecero questa scelta non perché privi di fantasia ma perché dovevano sottolineare la sacralità dell’azione liturgica.
Il tempo ciclico è un tempo liturgico, un tempo che simbolicamente interrompe la frantumazione inserita nel mondo dal tempo lineare in cui una persona nasce, cresce, invecchia e muore. Viceversa il tempo ciclico ripresenta, in ogni epoca, sempre la stessa messa, nel 1500, nel 1700, nel 1900…. La messa non invecchia – sarebbe una bestemmia definire “vecchia” una liturgia come fecero gli innovatori cattolici che, con questa definizione, dimostrarono di non capire l’identità profonda della liturgia (3) -, gli uomini sì.
In una chiesa ortodossa abbiamo la stessa liturgia pressapoco dall’XI secolo ad oggi e anche prima le liturgie non erano variabili a piacere. Le generazioni, soggette al tempo lineare, passano ma la liturgia, soggetta al tempo ciclico, rimane.
Questa liturgia, sostanzialmente immutabile perché legata al tempo ciclico, è sacra, dunque slegata alla frantumazione delle realtà soggette al tempo ordinario e, proprio perché tale, fa da ponte simbolico tra la terra e il cielo. Se così non fosse decadrebbe inevitabilmente a prodotto secolare, come ogni cosa del mondo normale (e decaduto) che passa e và.

Il vero rito è dunque quello immutabile per queste precise ragioni. Ne consegue che quanto vediamo oggi, nella maggioranza delle chiese cattoliche di rito latino, non è un vero rito ma tende in non pochi casi ad essere una parodia dello stesso. Ovviamente lo si fa senza rendersene conto perché già a partire dai seminari queste spiegazioni elementari non si dicono affatto! Ne consegue che i sacerdoti di nuova formazione più modellano secolarmente la liturgia più credono di fare “bene”, senza capire che, invece, rovesciano l’ordine anticamente stabilito.

Anche osservando i riti occidentali, dal punto di vista appena esposto, si giunge, dunque, alla medesima conclusione spesso tratteggiata in questo blog: siamo spesso davanti ad una profonda alterazione in cui si equivoca per rito quanto oramai ha cessato di esserlo. In molti casi il culto non essendo rito, nel senso esposto, ha come perso i pioli di una scala che, altrimenti, porterebbe in Paradiso. Infatti non si può scherzare con i simboli impunemente facendo decadere una liturgia dalla sua ciclicità e immutabilità ad una sorta di linearità soggetta alle mode del secolo. Anche chi non ci capisce nulla di rito e di simbolo lo vive inevitabilmente e vi si conforma: il suo spirito o si eleverà o si adagierà!

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1) “La liturgia non è uno show, uno spettacolo che abbisogni di registi geniali e di attori di talento. La liturgia non vive di sorprese “simpatiche”, di trovate “accattivanti”, ma di ripetizioni solenni. Non deve esprimere l’attualità e il suo effimero ma il mistero del Sacro. Molti hanno pensato e detto che la liturgia debba essere “fatta” da tutta la comunità, per essere davvero sua. È una visione che ha condotto a misurarne il “successo” in termini di efficacia spettacolare, di intrattenimento. In questo modo è andato però disperso il proprium liturgico che non deriva da ciò che noi facciamo, ma dal fatto che qui accade Qualcosa che noi tutti insieme non possiamo proprio fare. Nella liturgia opera una forza, un potere che nemmeno la Chiesa tutta intera può conferirsi: ciò che vi si manifesta è l’assolutamente Altro che, attraverso la comunità (che non ne è dunque padrona ma serva, mero strumento) giunge sino a noi”. La citazione è ripresa da un libro dello stesso cardinale: Rapporto sulla fede.

È un discorso che ha tutta la mia approvazione. Tuttavia non mi pare di vedere, qui, il concetto di “tempo ciclico” e di “tempo lineare” che ben spiegherebbe perché una liturgia deve essere fissa e non variabile!
2) Anche qui si consideri come la liturgia cristiana abbia preso la moda di un determinato tempo (gli abiti della corte romana e bizantina) per assumerli nella liturgia e NON CAMBIARLI PIU’, “eternizzandoli” nel tempo.
3) Nonostante il rischio di apparire polemici si deve, tuttavia, ricordare che gli artefici della liturgia rinnovata (attualmente in voga nella maggioranza delle chiese cattoliche) erano uomini, più o meno, soggetti a quest’ideologia. Non a caso, all’atto pratico, molto clero si mise contro le “cose vecchie” della liturgia tradizionale. Erano passate delle disposizioni nuove ma pure uno spirito nuovo con il quale, d’ora in poi, si doveva giudicare il mondo passato. Inutile dire che questi uomini, nonostante dichiarino un certo apparente interesse soprattutto per motivi “ecumenici” verso i riti orientali, in realtà li vedono come anticaglie medioevali.
Sò bene che qualcuno potrà contestare questa mia tesi dicendo che, in fondo, pure il nuovo messale della Chiesa cattolica latina ha elementi fissi. In realtà la possibilità di fare innovazioni, di avere diversi testi opzionali a scelta e di cambiare nel tempo lo stesso messale (ne sono state fatte già alcune edizioni con ampliamenti nel giro di pochi anni), è un dato di fatto inconstestabile.
Così mentre la liturgia antica (anche romano cattolica) rispettava il tempo ciclico, quella rinnovata è sempre più sottomessa al tempo lineare.
Fonte: http://traditioliturgica.blogspot.it/

La misericordia nella liturgia antica

di don Marco Begato SDB

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Nel Missale Romanum il termine misericordia ricorre circa 420 volte; i composti di miserere 118 volte. Una ricorrenza ogni due pagine. Tra gli attributi più frequenti l’attributo di Dio misericors

  1. Ordo Missae

Nell’Ordo Missae, che si ripete sempre uguale in pressoché tutte le celebrazioni dell’anno, la misericordia si incontra nei seguenti passaggi:

Preghiere ai piedi dell’altare
Misereatur tui omnipotens Deus…
Misereatur vestri omnipotens Deus…
Indulgentiam… misericors Dominus.
Ostende nobis, Domine, misericordiam tuam…

Salendo all’altare
Aufer a nobis, quaesumus, Domine, iniquitates nostras…
Kyrie eleison

Gloria
…qui tollis peccata mundi, miserere nobis… suscipe deprecationem nostram… miserere nobis.

Al Vangelo
…tua grata miseratione dignare mundare…

l’Offertorio
…pro innumerabilibus peccatis et offensionibus et neglegentiis meis…
…tuam deprecantes clementiam…
…redime me et miserere mei…

il Canone
…de multitudine miserationum tuarum sperantibus, partem aliquam et societatem donare digneris, cum tuis  sanctis Apostolis et Martyribus…

Comunione
…ope misericordiae tuae adiuti, et a peccato simus semper liberi et ab omni perturbatione securi…
Agnus Dei… miserere nobis (bis)
…mihique et omnibus, pro quibus illud obtuli, sit, te miserante, propitiabile.

  1. Missae proprie

Vagliamo assieme alcuni formulari propri di Missae particolarmente significative in relazione al tema della Misericordia.

PRO REMISSIONE PECCATORUM

 Oratio

Deus, qui nullum respuis, sed quantumvis peccantibus per paenitentiam pia miseratione placaris: respice propitius ad preces humilitatis nostrae, et illumina corda nostra; ut tua valeamus implere praecepta. Per Dominum nostrum.

 Secreta

Praesens sacrificium, Domine, quod tibi pro delictis nostris offerimus, sit tibi munus acceptum: et tarn viventibus quam defiinctis proficiat ad salutem. Per Dominum.

Postcommunio

Exaudi preces familiae tuae, omnipotens Deus: et praesta; ut sancta haec, quae a te sumpsimus, incorriipta in nobis, te donante, serventur. Per Dominum nostrum.

PRO INIMICIS

Oratio

Deus, pacis caritatisque amator et custos: da omnibus inimicis nostris pacem caritatemque veram; et cunctorum eis remissionem tribue peccatorum, nosque ab eorum insidiis potenter eripe. Per Dominum.

Secreta

Oblatis, quaesumus, Domine, placare muneribus: et nos ab inimicis nostris clementer eripe, eisque indulgentiam tribue delictorum. Per Dominum nostrum.

Postcommunio

Haec nos communio, Domine, eruat a delictis: et ab inimicorum defendat insidiis. Per Dominum.

IN MISSA DEFUNCTORUM

Oratio

Deus, cui proprium est misereri semper et parcere, te supplices exoramus pro anima famuli tui N. (famulae tuae N.), quam hodie de hoc saeculo migrare iussisti: ut non tradas earn in manus inimici, neque obliviscaris in finem, sed iubeas earn a sanctis Angelis suscipi et ad patriam paradisi perduci; ut, quia in te speravit et credidit, non poenas inferni sustineat, sed gaudia aeterna possideat. Per Dominum.

In die tertio, septimo et trigesimo: Oratio

Qusesumus, Domine, ut animae famuli tui N. (famulae tuae N.), cuius depositionis diem tertium (vel septimum vel trigesimum) commemoramus, Sanctorum atque electorum tuorum largiri digneris consortium: et rorem misericordiae tuae perennem infundas. Per Dominum.

Postcommunio

Suscipe, Domine, preces nostras pro anima famuli tui N. (famulae tuae N.): ut, si quae ei maculae de terrenis contagiis adhseserunt, remissionis tuae misericordia deleantur. Per Dominum.

 Die 17 octobris, S. Margaritas Maria Alacoque Virginis

Oratio

Domine Iesu Christe, qui investigabiles divitias Cordis tui beatae Margaritas Marias Virgini mirabiliter revelasti: da nobis eius meritis et imitatione; ut, te in omnibus et super omnia diligentes, iugem in eodem Corde tuo mansionem habere mereamur: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate.

Secreta

Accepta tibi sint, Domine, plebis tuae munera: et concede; ut ignis ille divinus nos inflammet, quo, de Corde Filii tui emisso, beata Margarita Maria vehementer aestuavit. Per eundem Dominum nostrum.

Postcommunio

Corporis et Sanguinis tui, Domine Iesu, sumptis mysteriis: concede nobis, quassumus, beata Margarita Maria Virgine intercedente; ut, superbis saeculi vanitatibus exutis, mansuetudinem et humilitatem Cordis tui induere mereamur: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate.

FERIA SEXTA POST DOMINICAM II POST PENTECOSTEN IN FESTO SACRATISSIMI CORDIS IESU

Oratio

Deus, qui nobis, in Corde Filii tui, nostris vulnerato peccatis, infinitos dilectionis thesauros misericorditer largiri dignaris: concede, quaesumus; ut, illi devotum pietatis nostrae prsestantes obsequium, dignae quoque satisfactionis exhibeamus officium. Per eundem Dominum.

Secreta

Respice, quaesumus,- Domine, ad ineffabilem Cordis dilecti Fflii tui caritatem: ut quod offerimus sit tibi munus acceptum et nostrorum expiation delictorum. Per eundem Dominum.

Prefatio de Sacratissimo Corde Iesu

Vere dignum et iustum est, aequum et salutare, nos tibi semper et ubique gratias agere: Domine, sancte Pater, omnipotens aeterne Deus: Qui Unigenitum tuum in Cruce pendentem lancea militis transfigi voluisti, ut apertum Cor, divinse largitatis sacrarium, torrentes nobis funderet miserationis et gratiae, et, quod amore nostri flagrare numquam destitit, piis esset requies et paenitentibus pateret salutis refugium. Et ideo cum Angelis et Archangelis, cum Thronis et Dominationibus, cumque omni militia caelestis exercitus, hymnum…

Postcommunio

Praebeant nobis, Domine Iesu, divinum tua sancta fervorem: quo, dulcissimi Cordis tui suavitate percepta; discamus terrena despicere, et amare caelestia: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitate.

  1. La liturgia antica, lezione di misericordia

Dopo aver celermente guardato ai testi del rito, offriamo alcuni spunti di riflessione. I riferimenti alla Misericordia si concentrano in due momenti: le preghiere ai piedi dell’altare e le fasi precedenti la Comunione, dunque i fedeli – sacerdote e laici – sono invitati ad invocare la Misericordia prima di accedere all’altare e prima di accedere alla Comunione; il sacerdote la impetra anche durante i riti offertoriali che preparano e introducono il centro del Divin Sacrificio. Interessante poi vedere come il tema non manchi nei culti più significativi, come quello per i fedeli defunti, né in una forma propria, che è l’esaltazione del Sacro Cuore di Cristo: se miseri-cordia è avere a cuore il misero, tutto è detto e dato nel momento in cui l’umanità mantiene il coraggio di confessare la propria miseria, mentre accoglie il dono del Cuore per eccellenza, quello in cui anche il Padre si è compiaciuto (Tu es Filius meus dilectus; in te complacui mihi – Lc 3,22).

Più in generale possiamo muovere l’osservazione che l’intero rito nella Forma Extra-ordinaria risulta capace di esprimere intensamente il mistero della Misericordia divina, in quanto è sempre grandemente accentuato il tema della peccaminosità dei fedeli e la richiesta di soccorso. I numerosi gesti di penitenza – genuflessioni, inchini di vario grado, protratti silenzi – rimarcano tale intenzionalità. La differenziazione netta tra ruolo delchristifidelis e ruolo del sacerdos intensifica l’impressione relativa al moto penitenziale dell’uomo che va incontro al suo Signore, non diversamente dalle icone scritturistiche in cui gli antichi profeti salivano scalzi verso il monte della presenza divina, portando con sé le richieste del popolo. In tale rito rimane chiaramente attestato il valore espiatorio del sacrificio – purtroppo grandemente sfumato nel contesto della Forma Ordinaria – e con esso la consapevolezza della colpevolezza umana e del relativo bisogno di ottenere un perdono. Il fatto che la Missa sia intessuta di testi scritturistici, elemento rinforzato dal fatto che il Rito della Messa e il Lezionario sono fusi in un unico testo (il Missale), crea un dinamico movimento in cui i sentimenti religiosi si arricchiscono e si bilanciano con sapienza, sì che i temi centrali del Peccato e della Salvezza non manchino mai, né perciò si insista stucchevolmente su di essi, rischiando forme opinabili di amartiocentrismo (rischio prevalente nella teologia classica) o di irenismo (rischio prevalente nella teologia nuova). In sintesi: la Misericordia si impone quale tema fondamentale che scandisce il rito antico e perenne, risulta teologicamente ben presentata, infine sostiene lo sviluppo del movimento annuale liturgico senza oscurarne i variegati temi del Temporale o del Santorale.

La pulizia teologica del concetto liturgico di misericordia si apprezza anche valutandone la studiata assenza. Presente nell’inno angelico del Gloria, la supplica non è presente nel Credo, in cui pure ci si inginocchia a riconoscere lo straordinario evento della incarnazione, estremo gesto del “Buon Samaritano” che si piega sulle nostre ferite umane. Essa soprattutto latita in tutta la lunga preghiera del Canone, ove lo stupore per la Grazia divina che scende a inebriare la Chiesa in tutte le sue membra – terrestri e celesti, vivi e defunti, santi e peccatori – non concede luogo che all’adorazione della Vittima, ammutolendo i sentimenti troppo umani di cui sopra. Annotiamo l’assenza anche nel Pater noster, a buon diritto, in quanto la piena relazione filiale esclude quel distacco intrinseco alle dinamiche della misericordia, per quanto del compimento di esse la figliolanza sia il frutto maturo e definitivo. Da ultimo le richieste di misericordia – fatta salva la preghiera del celebrante che si umilia davanti a Dio al termine dell’immenso Ufficio adempiuto – non ricorrono in tutte le fasi finali della cerimonia. I fedeli, purificati dall’Offerta divina, godono della Grazia e inneggiano alla loro rinascita non ex sanguinibus… sed ex Deo, in questo momento essi non sono più peccatori bisognosi di soccorso, bensì, a motivo della presenza sacramentale di Cristo nei loro cuori, sono figli della luce in opposizione alle tenebre del mondo (cfr. l’ultimo Vangelo). La misericordia dunque pertiene al peccatore, al misero lontano da Dio, il quale su di sé la invoca (Missa dei fedeli), dopo averla riconosciuta presente e rivelata al mondo (Missa dei catecumeni), sapendo di poter essere efficacemente restaurato da essa. Uomo e Dio, peccato e purificazione, merito e Grazia, cura e missione si alternano nel trascorrere della celebrazione: il fedele esce rinnovato dal rito, pronto per portare al mondo quanto egli ha ricevuto dalla Chiesa Madre.

Brixiae, 15.10.2015

Fonte: amiciziasanbenedettobrixia.wordpress.com/

Benedetto XVI: chi disprezza la liturgia antica disprezza l’intero passato della Chiesa

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«C’è bisogno come minimo di una nuova consapevolezza liturgica che sottragga spazio alla tendenza a operare sulla liturgia come se fosse un oggetto della nostra abilità manipolatoria.
La cosa più importante oggi è riacquistare il rispetto della liturgia e la consapevolezza della sua non manipolabilità. Reimparare a riconoscerla nel suo essere una creatura vivente che cresce e che ci è stata donata, per il cui tramite noi prendiamo parte alla liturgia celeste.
Questa, credo, è la prima cosa: sconfiggere la tentazione di un fare dispotico, che concepisce la liturgia come oggetto di proprietà dell’uomo, e risvegliare il senso interiore del sacro. Tutto ciò deve essere preceduto da un processo educativo che argini la tendenza a mortificare la liturgia con invenzioni personali.
Per una retta presa di coscienza in materia liturgica è importante che venga meno l’atteggiamento di sufficienza per la forma liturgica in vigore fino al 1970. Chi oggi sostiene la continuità con questa liturgia viene messo all’indice; ogni tolleranza viene meno a questo riguardo. Nella storia non è mai accaduto niente di questo genere; così è l’intero passato della Chiesa a essere disprezzato. Come si può confidare nel suo presente, se le cose stanno così? Non capisco nemmeno, a essere franco, perchè tanta soggezione, da parte di molti confratelli Vescovi, nei confronti di questa intolleranza, che pare essere un tributo obbligato allo spirito dei tempi, e che pare contrastare, senza un motivo comprensibile, il processo di necessaria riconciliazione all’interno della Chiesa.
Oggi il latino nella Messa ci pare quasi un peccato. Ma così ci si preclude anche la possibilità di comunicare tra parlanti di lingue diverse, che è così preziosa in territori misti. Se nessuno sa più nemmeno cosa significhi “Kyrie” o “Gloria”, allora si è verificato un depauperamento culturale e il venire meno di elementi comuni. Ci dovrebbe anche essere una parte recitata in latino che garantisca la possibilità di ritrovarci in qualcosa che ci unisce.» (Benedetto XVI, Teologia della Liturgia)

Luigi Einaudi contro la Messa in volgare

Messale - Canone 2

Le parole che seguono sono state vergate da Luigi Einaudi – liberale, primo presidente della Repubblica Italiana – nel 1945 quando ricopriva l’incarico di governatore della Banca d’Italia, in prefazione al volume di monsignor Pietro Barbieri ‘L’ora presente alla luce del Vangelo’.

* * * * *

DISSENTO PROFONDAMENTE da coloro i quali desiderano che le ceri­monie religiose siano rese più moderne, che non solo la spiegazione del Vangelo e le prediche si tengano, come già accade, nella lingua del paese; ma che anche la messa sia celebrata in volgare e che in volgare si risponda e si canti ogni qualvolta le regole liturgiche comandano l’uso della lingua latina.

Si dice: tutte le cerimonie religiose della Chiesa cattolica sono manifestazioni di una unità di propositi e di opere, per cui i fedeli, insieme convenuti, rendono testimonianza della loro comunione in Cristo e della volontà di vivere insieme in purezza di pensieri e in letizia di opere buone, ubbidendo agli insegnamenti dell’Uomo-Dio che si è sacrificato per redimere in eterno l’umanità, dal peccato ed innalzarla al cielo.

Se così è, perché nascondere il pensiero divino dietro il sipario di parole incomprensibili alla più parte degli uomini viventi, delle anime semplici, alle quali una lingua, morta da millenni non dice nulla che commuova e trascini?

No.

Quella lingua, nella quale parlavano i pretori, i giudici ed i centu­rioni del tempo di Cristo non è morta.

Ogni qualvolta entriamo in chiesa ed ascoltiamo le parole sublimi dei mirabili canti intonati dai cori, sentiamo che quelle parole, ripetute le centinaia e le migliaia di volte, sono sentite da chi le pronuncia.

Che importa che il senso tecnico letterale talvolta sfugga; che oc­corra avere, e non molti l’hanno pronto, il testo dinnanzi agli occhi per com­prendere appieno quelle parole?

Ma la stessa cosa accade a tutti coloro i quali non abbiano il raro privilegio di una ferrea memoria, anche per le grandi clas­siche poesie in ogni lingua, anche per la trama poetica delle bellissime fra le audizioni musicali.

Quel che si cerca, ciò a cui aspira l’anima di chi non entra nel tempio per mera curiosità, è di sentirsi parte del tutto, di perdersi, uno tra i molti, nella comunità di coloro i quali intendono vivere secondo la parola del Cristo.

Ma la comunità dei credenti non è composta dei soli uomini viventi oggi.

Essa vive nelle generazioni che si sono succedute da Cristo in poi.

Ognuna di quelle generazioni ha trasmesso quella parola alle generazioni successive; ed ogni generazione ha sentito quella parola e vi ha creduto perché essa era stata sentita e in essa avevano creduto i suoi avi.

La parola di Cristo è viva in noi non perché essa sia stata scritta sulle pergamene e nei libri stampati.

Sarebbe cosa morta se così fosse.

Ma ognuno di noi l’ha sentita dalle labbra della mamma e della nonna.

Mettiamoli in fila questi uomini e queste donne che in ogni famiglia danno trasmesso oralmente gli uni agli altri i comanda­menti divini; amatevi gli uni gli altri, non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a te stesso.

Non sono molti: da venti a trenta persone bastano a ricondurre la tradizione trasmessa ad ognuno di noi da un antenato il quale viveva al tempo del Messia.

Ogni uomo ed ogni donna vissuto dopo quel giorno ha fatto parte e fa ancora parte della comunione di coloro i quali hanno creduto e credono nel messaggio di bontà di Gesù; ognuno di essi ha interpretato ed ha sentito quel messaggio attraverso ai suoi bisogni, ai suoi dolori, alle sue aspirazioni.

I canti, i cori e le parole in lingua latina che noi ascoltiamo o leggiamo o pro­nunciamo in chiesa non sono nostri.

Essi sono il retaggio di sessanta genera­zioni che ci hanno preceduto; ed il toccarli sarebbe un rompere quella conti­nuità di comunione spirituale che lega i viventi a coloro che sono morti e che sono vissuti, errando e ravvedendosi, nella medesima comunità di uomini vissuti dopo che la parola di Cristo ha trasformato il mondo.

Se mutare le parole dei riti religiosi sarebbe un sacrilegio, fare intendere quelle parole è un dovere.

La spiegazione delle parole scritte nei vangeli, la esposizione, anzi, del significato di ognuno dei riti e dei canti che si leggono nei breviari è il primo dovere del sacerdote; è un dovere interpretato dai sacerdoti nel modo più diverso.

Confesso di apprezzare scarsamente la maniera dotta e quella polemica.

L’uomo semplice e la donna umile, i quali sentono la bel­lezza delle parole latine dei canti imparati a memoria, anche se ripetuti con qualche errore di grammatica, non comprendono le dispute dottrinali e non si interessano alle polemiche contro i miscredenti siano essi protestanti o liberi pensatori o materialisti.

L’uomo semplice e la donna umile chiedono al sacerdote: dimmi come dobbiamo vivere ogni giorno, come dobbiamo inter­pretare alla luce del Vangelo gli avvenimenti quotidiani, quale è la legge mo­rale alla quale dobbiamo conformarci, quali, fra i comandi ricevuti dai potenti della terra, da coloro che oggi imperano su di noi e sui nostri fratelli viventi nelle più diverse parti del mondo, siano quelli ai quali dobbiamo ubbidire.
Monsignor Barbieri spiega ogni domenica il Vangelo ai suoi uditori della radio.

Più numerosi di quelli che il sacerdote può ordinariamente accogliere in chiesa; e lo spiega con l’intento di applicare il dettato ai fatti del giorno, alle vicende liete e tristi di questa nostra umanità torturata.
Non sono un ammiratore della radio.

Da molti anni, da quando sullo orizzonte salì la maligna stella del conformismo politico, che è necessariamente altresì conformismo o totalitarismo spirituale morale religioso ed economico, pensai che la radio era un’invenzione del demonio, intento a trovare il mezzo di abbrutire l’uomo.

Noi soffriamo ancora oggi e soffriremo per lunghi anni – e nessuno sa se riusciremo mai più a guarire da quella lebbra ed a riconquistare la libertà di pensare e di vivere – le conseguente della predica­zione conformistica che per due decenni imperversò sui bollettini a cui si dava il nome di giornali e sulla radio.

Questa più pestifera di quelli; che la parola parlata, da uomo a uomo, ha virtù persuasiva grandemente più efficace di quella della parola che il vecchio contadino piemontese mi definiva «stampata nel ferro» dei giornali.

Si fa più fatica a leggere la parola trasferita dai piombi della tipografia sulla carta dei giornali che non ad ascoltare ad ogni ora del giorno il verbo pronunciato dall’ordigno vociferante nella stanza dove si vive.

Quella parola entra come uno stillicidio nel cervello dell’ascoltatore ed a poco a poco lo rende incapace di ragionare e lo inebetisce.

Nessuna inven­zione è più spaventosamente atta, quando sia maneggiata dallo spirito del male, a rendere l’uomo un numero, un automa. Per nessuna invenzione si deve, perciò, avere altrettanta cura, affinché essa sia adoperata nello spirito del bene.

V’ha opera di bene la quale superi la spiegazione delle parabole, degli apologhi, del Vangelo, il commento dei casi della vita e delle massime di Cristo?
Molti di noi hanno ascoltato alla radio la voce calda efficace commossa di Monsignor Barbieri quando nel mattino della domenica applica gli inse­gnamenti del Vangelo ai fatti dell’ora presente.

Ogni volta che penso all’istu­pidimento cagionato all’umanità dalla nuova diabolica invenzione, auguro che si moltiplichino gli annunciatori i quali si sono assunti la missione di ricordare ad essa che le regole della vita sono poche, che esse furono già scritte in alcuni pochissimi libri e che di questi il più grande è il Vangelo.

Luigi Einaudi

FONTE: www.dissensiediscordanze.it/

In che senso l’Eucarestia è sacrificio

di don Ivo Cisar

Comunione 23

da “Palestra del Clero” 73 (1994), 215-217

 Pur ricorrendo il termine “sacrificio” più di una volta nelle preci eucaristiche, specialmente nella prima e nella terza, oltre che in varie orazioni, nell’offertorio e nelle parole della consacrazione, molti fedeli, soprattutto i giovani, non sanno che l’eucaristia è anche e principalmente sacrificio, e che cosa significhi questo termine. Si parla molto della messa come liturgia della Parola (di Dio) e come banchetto-cena, poco del fatto che essa è sacrificio. Che vi sia un cedimento al protestantesimo? Per i protestanti l’eucaristia non è sacrificio, perché porterebbe pregiudizio all’unicità del sacrificio di Gesù sulla croce. Inoltre, nel linguaggio corrente, la parola “sacrificio” ha una connotazione negativa, oltre che puramente profana, come quando si parla dei “sacrifici” fatti per i figli, ecc.

Alcuni teologi odierni danno spiegazioni erronee o incomplete del sacrificio eucaristico, o addirittura di quello in genere, anche rifiutando troppo frettolosamente, come se fosse sbagliata, la concezione del sacrificio nelle religioni. Così alcuni (Ch. Biscontin) lo descrivono come dono di Dio, vale a dire “in linea discendente”, confondendolo così con i sacramenti, mentre esso si svolge “in linea ascendente”. Si ha l’impressione che, come in generale, si esageri alla maniera protestante presentando tutto unilateralmente come dono di Dio (lo è, ma non solo), secondo i princìpi della sola gratia, sola fides, e comprimendo la parte umana. Altri teologi (come R. Falsini, in “Vita Pastorale” 1994, 2, 8) riducono il concetto di sacrificio a quello di memoriale, liquidando con disinvoltura la teologia postridentina invece di approfondirla. Certamente il sacrificio eucaristico è “sacramento”-memoriale-anamnesi di quello della croce attraverso quello della Cena: questo è vero, ma non è tutto. Molti rifiutano il concetto di sacrificio, perché pensano che esso esprima un atteggiamento sanguinario della divinità da placare mediante la morte.

Ma già biblisti come S. Lyonnet e teologi come padre Philippe de la Trinité hanno avvertito che la funzione del sangue nel sacrificio di Gesù si rifà ai “sacrifici nel sangue” dell’Antico Testamento, quali quello liberatorio dell’agnello pasquale (Es 12,3-14; cfr. Gv 19,36), quello dell’alleanza (Es 24,6-8; cfr. Eb 9,19-22; Mt 26,28 par.), quello purificatorio di propiziazione (Lv 16,14-15; cfr. 1Gv 2,2; 4,10).

Inoltre, nell’ambito della scienza delle religioni, il mio venerato Maestro mons. Giuseppe Graneris ha dimostrato, sulla scia di sant’Agostino e di san Tommaso d’Aquino, che il fine del sacrificio e il significato originario della stessa parola “immolazione” (il senso della parola proviene dall’uso, proprio della religione romana di cospargere la vittima sacrificale con la mola salsa, mistura di farro tostato e sale preparata dalle Vestali in tre particolari giorni dell’anno sacrale: immolare est mola, id est farre molito et sale, hostiam perspersam sacrare, Festo, De verborum significatu, p. 97 Lindsay, sv.Immolare), non è la distruzione, ma la trasformazione della vittima, renderla sacra (sacrum facere) trasferendola nella sfera divina: è un dono fatto a Dio in segno della propria assoluta sottomissione. Non si offrono, infatti, a Dio soltanto animali, ma anche i frutti della terra (cfr. Gn 14,18; Eb 5-7), specialmente le primizie. La mactatio è solo il mezzo per realizzare un’offerta. (su tutto ciò G. Graneris, La vita della religione nella storia delle religioni, Torino, Sei, 1980, 201-299; per sant’Agostino cfr. pure CCC 2099). La morte di Cristo poi è la conseguenza del peccato degli uomini (Rm 5,12; 6,23; Fil 2,8; Gv 1,29), ma anche il mezzo del passaggio di Gesù al Padre (Gv 13,1).

Non è pertanto fuori luogo tentare di approfondire la teoria del sacrificio sul tronco della dottrina esposta egregiamente da Pio XII nell’enciclica Mediator Dei (20 novembre 1947), nella parte II, 1, in cui egli si rifà al dogma tridentino (Sess. XXII, DS 1738-1759, cfr. CCC 1367). Pio XII spiega che “la divina sapienza ha trovato il modo mirabile di rendere manifesto il sacrificio del nostro Redentore con segni esteriori che sono simboli di morte. Giacché, per mezzo della transustanziazione del pane in corpo e del vino in sangue di Cristo, come si ha realmente presente il suo corpo, così si ha il suo sangue; le specie eucaristiche, poi, sotto le quali è presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e del sangue. Così il memoriale della sua morte reale sul Calvario si ripete in ogni sacrificio dell’altare, perché per mezzo di simboli distinti (per distinctos indices) si significa e dimostra che Gesù Cristo è in stato di vittima“. Non si vorrà negare che il sacrificio di Gesù sulla croce sia consistito nella sua passione e morte (la risurrezione è propriamente il suo effetto, la risposta del Padre), e che il sacramento, in quanto segno sacro, deve in qualche maniera significarlo. È ovvio che l’essenza del sacrificio è l’atto interiore di oblazione-amore.

Ma perché il sacrificio della croce si rinnova sull’altare? Già sant’Agostino scrisse che Cristo sacerdote volle un sacrificio della Chiesa, perché Lei, suo corpo, imparasse a offrire sé stessa per mezzo suo (Sant’Agostino, De civitate Dei 10,20, cfr. pure CCC 1372). Anche il Concilio di Trento insegna che Cristo ha lasciato alla Chiesa sua Sposa un sacrificio visibile, perché in esso venisse offerto dai sacerdoti per l’applicazione della virtù salvifica del suo sacrificio (Sess. XXII, cap. 1; DS 1740-1741).

Pertanto si può dire che il sacrificio eucaristico è semplicemente applicativo da parte di Cristo, essendo memoriale-rinnovamento sacramentale del suo unico sacrifico della croce, ma comporta insieme una novità da parte della Chiesa, cioè di noi, in quanto dobbiamo appropriarci del sacrificio di Cristo, inserendoci in esso, diventando insieme con Lui vittime che si offrono, consacrano, donano filialmente a Dio Padre. Questa offerta di noi stessi s’inizia nell’offertorio in cui la Chiesa presenta, in segno della propria offerta, i suoi poveri doni di pane e vino. Questi poi vengono trasformati, (transustanziati, s’intende) nella consacrazione, e così devoluti nella sfera divina, divenendo corpo e sangue di Cristo. Ma nel momento stesso e con l’atto stesso con cui si perfeziona il sacrificio della Chiesa (in tale senso “assoluto”), esso diventa tutt’uno con il sacrificio di Cristo, sacramentalmente presente e operante (sacrificio relativo). Qualcuno ha paragonato l’altare al talamo nuziale di Cristo e della Chiesa e vi si può applicare la parola di san Giovanni Battista sulla sua funzione di amico dello sposo di unire lo sposo e la sposa (Gv 3,29): è il compito del sacerdote celebrante (cfr. LG 10b; grazie al sacerdozio ministeriale si attua ed esercita il sacerdozio comune dei fedeli; cfr. anche Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis 16). Infine, a opera dello Spirito Santo, come è avvenuta la consacrazione, così avviene anche poi (vedi le due epiclesi, prima e dopo la consacrazione), nella santa comunione, il passaggio delle nostre persone nella sfera divina, in qualità di figli di Dio Padre, destinati alla risurrezione futura, della quale l’eucaristia è il germe. Effetto del sacrificio, quindi, è la vita divina in noi (grazia), mentre mezzo ne è la morte al peccato (cfr. Eb 9,23-28).

In quest’azione il sacerdote celebrante si unisce a Cristo vittima: è vittima, perché sacerdote (cfr. PO 13), mentre i fedeli esercitano il loro sacerdozio comune, in quanto vittime, offerenti e consacranti sé stessi a Dio Padre (cfr. LG 11a; PO 5c).

Da questi cenni segue l’importanza della partecipazione spirituale al sacrificio eucaristico, già a partire dall’offertorio, in cui presentiamo a Dio noi stessi mediante i doni simbolici; poi la necessità della partecipazione spirituale (“sacrificio spirituale e perfetto”, del Canone Romano, “sacrificio perenne a te gradito”, Preghiera eucaristica III) alla consacrazione e alla relativa preghiera del Canone. Per partecipare con frutto alla santa messa (cfr. SC 48a, 59a) bisogna che impariamo a offrirci con Cristo e mediante Lui a Dio Padre, quali figli obbedienti (cfr. Eb 5,8). Mentre durante la liturgia della Parola aderiamo a Dio mediante la fede (professata poi esplicitamente nel Credo), nella liturgia eucaristica esercitiamo prima la carità verso Dio Padre, consistente nell’osservanza dei suoi comandamenti (cfr. 1Gv 5,3), nella sua parte sacrificale, e poi la speranza, in quanto la santa comunione eucaristica ci viene data come pegno della nostra risurrezione futura (cfr. Gv 6,54; 11,25).

La Dottrina cattolica sulla S. Messa

Sancta Missa 257

Per comprendere il messale promulgato nel 1568 da san Pio V (e leggermente modificato dal beato Giovanni XXIII nel 1962), sono necessarie alcune notazioni previe sugli errori degli eretici protestanti riguardo alla dottrina sulla santa Messa. Essi riducevano la Messa ad un semplice memoriale, un ricordo della cena del Signore, durante la quale vi sarebbe soltanto una certa Sua assistenza spirituale, ma non la Sua Presenza Reale, la transustanziazione: trasformazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo. Tutto deve lasciar trasparire che si tratta di una semplice cena memoriale, di una cerimonia totalmente umana, di una cerimonia in cui prevale l’orizzontalità della comunicazione, di una cerimonia caratterizzata, in prevalenza, dal dialogo fra presidente e assemblea, per cui:

– l’altare sacrificale viene sostituito con il tavolo conviviale;

– viene introdotto l’uso della lingua del popolo al posto della lingua latina;

– non vi è sacerdozio fuori di quello che possiedono tutti i battezzati. Il celebrante, dunque, non è un sacerdote diverso da come lo è il popolo, ma soltanto presidente di un’assemblea di fedeli che è essa stessa a celebrare il memoriale;

– viene cambiata la formula della consacrazione: scompare ogni distinzione tonale (“segretamente”), gestuale (“chinato sopra l’Ostia”) e tipografica appunto perché non esiste distinzione, tutto è narrazione, ricordo di un qualcosa avvenuto in passato, avvenuto una volta e basta.

Il Concilio di Trento ci ha ricordato gli elementi obbligatori della fede cattolica circa la S. Messa, condannando così le negazioni protestanti.

Anzitutto afferma che la S. Messa è un sacrificio vero e proprio, nel quale sotto le apparenze sensibili del pane e del vino si offre dal sacerdote a Dio sull’Altare, il Corpo e il Sangue di Cristo istituito nell’Ultima Cena, quando Gesù costituì gli apostoli sacerdoti e con essi i loro successori e diede loro il potere di offrire questo sacrificio.

La S. Messa non è solo un sacrificio di lode o di ringraziamento o soltanto una commemorazione del sacrificio della Croce, ma anche ed essenzialmente un sacrificio propiziatorio:¹ Esso rinnova e perpetua il Sacrificio del Calvario. Gesù Cristo è morto sulla Croce per tutti gli uomini, già vissuti, viventi e che vivranno, per soddisfare il debito della pena che esigeva la giustizia divina offesa dal loro peccato.

La S. Messa, come rinnovazione e perpetuazione del Sacrificio della Croce, è dunque anch’essa un vero sacrificio espiatorio e applica la soddisfazione della Croce per la remissione dei nostri peccati e della pena ad essi dovuta.

Il Concilio di Trento insegna ancora che sulla Croce e nella Messa una sola e identica è la vittima e identico è colui che allora offrì se stesso una sola volta sulla Croce; soltanto è diverso il modo di offrire: nella Messa s’immola in modo incruento per il ministero dei sacerdoti. Vi è identità tra la Santa Messa e il sacrificio della Croce, perché tanto sul Calvario che nella Messa una sola è la vittima e un solo sacerdote principale: Gesù Cristo; vi è anche diversità, ma solo nel modo di compierlo. Sulla Croce Cristo offrì direttamente se stesso e in modo cruento, sanguinoso; sull’Altare si offre indirettamente per mezzo dei sacerdoti e in modo incruento, senza spargimento di sangue, sotto le apparenze del pane e del vino offerte e consacrate separatamente. Gesù Cristo sulla Croce, dando volontariamente il suo Sangue, meritò ogni grazia per noi; invece sull’Altare Egli, senza spargere sangue, si sacrifica e si annienta misticamente e sacramentalmente, nel senso che le specie del pane significano il sacrificio del suo Corpo e quelle del vino lo spargimento del suo Sangue. In quanto vengono consacrate e offerte separatamente rappresentano la reale separazione del Corpo dal Sangue nella morte avvenuta sulla Croce. Il sacerdote celebrante, quale celebrante in Cristo, ci applica qui ed ora i meriti del sacrificio della Croce.

Non bisogna pensare dunque che la Santa Messa sia un nuovo sacrificio di Cristo, poiché Egli «si è offerto una volte per tutte allo scopo di togliere i peccati» (Eb 9, 28). Ma è anche vero che «Egli, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta; è sempre vivo per intercedere a nostro favore» (Eb 7,24-25; Rom 8,34). Il Sacrificio della Messa, dunque, non vanifica il Sacrificio della Croce, perché non è un altro Sacrificio.

I padri del Concilio sapevano perfettamente che la maggior parte dei fedeli che allora assistevano alla Messa non sapevano il Latino e neppure potevano leggere la traduzione essendo generalmente analfabeti ed illetterati. Ma sapevano anche che la Messa contiene molte parti di istruzioni per i fedeli. Tuttavia essi non approvarono la opinione dei Protestanti che fosse indispensabile celebrare la Messa solo in vernacolo [= in lingua volgare].

Al fine di favorire l’istruzione dei fedeli, il Concilio ordinò di mantenere ovunque l’antica tradizione approvata dalla Santa Chiesa Romana, la quale è madre e maestra di tutte le chiese, di aver cura cioè di spiegare alle anime il mistero centrale della Messa.

La lingua latina è, in primo luogo, una lingua sacra e solenne: aiuta il fedele ha comprendere la grandezza dell’evento che nella Messa si realizza (il rinnovarsi del Sacrificio del Calvario). Si tratta di un evento straordinario, non comune, che necessita, per essere espresso, di un linguaggio non comune, straordinario. Il latino ha questa caratteristica. Il latino, inoltre, quale lingua non soggetta ad evoluzione, rappresenta una precisa garanzia dell’ortodossia e della universalità o cattolicità della Chiesa, dell’immutabilità del dogma (cfr. Eb 13,8-9), compromessa dalle molteplici e non sempre felici traduzioni, peraltro bisognose di continui aggiornamenti.

¹Significa che il sacrificio della Messa viene offerto per i vivi e per i morti, per i peccati, le pene, le soddisfazioni e altre necessità

 

fonte: http://www.parrocchiasanmichele.eu/

L’attrattiva teologica della Messa Tridentina

Altare

Card. Alfons M. Stickler

Testo della Conferenza tenuta a New York (U.S.A.)
Maggio 1995

La Messa Tridentina indica il rito della Messa stabilito dal Papa Pio V su richiesta del Concilio di Trento e promulgato il 5 dicembre 1570. Questo messale presenta l’antico rito romano, nel quale sono state soppresse aggiunte e alterazioni diverse. Al momento della promulgazione, sono stati conservati i riti esistenti da almeno duecento anni. E’ dunque più corretto chiamare questo messale la liturgia di Papa Pio V.

Fede e liturgia.

Fin dalle origini della Chiesa la fede e la liturgia sono state intimamente legate. Il Concilio di
Trento stesso ne è una delle prove: dichiarò solennemente che il Sacrificio della Messa è al centro della liturgia cattolica, contrariamente all’eresia di Martin Lutero che negava che la Messa fosse un sacrificio.
La storia dello sviluppo della fede ci insegna che questa dottrina è stata stabilita con autorità dal Magistero, attraverso l’insegnamento dei Papi e dei Concili. Sappiamo ugualmente che in tutta la Chiesa, e particolarmente in seno alle Chiese orientali, la fede era il più importante fattore di sviluppo e di formazione della liturgia, soprattutto per la Messa. Noi troviamo nei primi secoli della Chiesa argomenti convincenti su questo tema. Papa Celestino I scriveva ai Vescovi della Gallia nel 422: Legem credendi, lex statuit supplicandi – la legge della preghiera stabilisce la legge della fede. Questa idea è stata ulteriormente ripresa con l’espressione lex orandi, lex credendi (quale il pregare, tale il credere).
Le Chiese ortodosse hanno conservato la fede grazie alla liturgia. Il Papa, nella sua ultima
lettera scritta in occasione del Centenario della lettera del Papa Leone XIII sulle tradizioni delle Chiese orientali, sottolinea l’importanza di questa tesi, perchè ha scritto che la Chiesa latina ha qualcosa da imparare dalle Chiese orientali, soprattutto in materia liturgica.

Le dichiarazioni conciliari.

Si trascura non di rado la differenza tra due tipi di dichiarazioni e decisioni conciliari: ciò che riguarda la dottrina e ciò che riguarda invece la disciplina. La maggior parte dei Concili hanno emesso dichiarazioni e decisioni allo stesso tempo sia dottrinali che disciplinari. Altri però solo o dottrinali o disciplinari. Molti Concili orientali, dopo quello di Nicea, trattarono solamente problemi di fede. Il secondo Trullano (a. 691) fu un Concilio interamente orientale ed un Concilio che emanò solamente decisioni di ordine disciplinare, perchè queste erano state trascurate nelle Chiede d’Oriente all’epoca dei Concili precedenti. Questo Concilio mise a fuoco i problemi di disciplina nelle Chiese orientali, soprattutto in quella di Costantinopoli. Queste note sono importanti perchè troviamo esplicitamente nel Concilio di Trento le due disposizioni, capitoli e canoni che trattano prima esclusivamente problemi di fede e dopo, quasi in tutte le Sessioni, esclusivamente argomenti di ordine disciplinare. Questa distinzione è importante: tutti i canoni teologici affermano che chiunque si oppone alle decisioni del Concilio è scomunicato: anathema sit. Mentre il Concilio non commina mai anatemi per opposizioni contro disposizioni puramente disciplinari.

L’insegnamento del Concilio di Trento sulla Messa.

Questo ci aiuta nel proseguire compiutamente nelle nostre riflessioni. Ho già fatto notare il
nesso tra fede e preghiera, la liturgia cioè; ma in modo particolare ciò vale per il rapporto tra fede e la più alta espressione liturgica, il culto pubblico cioè della S. Messa.

Una espressione classica di questo legame l’abbiamo nella trattazione che questo Concilio ha dedicato all’Eucarestia in tre Sessioni: nella tredicesima dell’ottobre 1551, nella ventesima del luglio 1562, che trattò del Sacramento dell’Eucarestia, e soprattutto nella ventiduesima del settembre 1562, che stabilì i capitoli ed i canoni dogmatici concernenti il Santo Sacrificio della Messa. A questo si aggiunge uno specifico decreto su ciò che deve essere osservato ed evitato nella celebrazione della Messa. E’ una dichiarazione ufficiale e classica centrale che esprime il pensiero della Chiesa su questa materia.

Il decreto studia prima di tutto la natura della Messa. Martin Lutero rinnegò apertamente e chiaramente questa natura, dichiarando che la Messa non è un sacrificio. Occorre notare che i Riformatori, per non turbare i fedeli semplici, non eliminarono subito tutte quelle parti della Messa che esprimono la fede vera in contrasto con le loro nuove dottrine. Essi conservano, per esempio, l’elevazione dell’Ostia tra il Sanctus e il Benedictus.
Per Lutero e i suoi seguaci, il culto consisteva principalmente nella predicazione destinata ad istruire e ad edificare, interrotta da preghiere e da inni. Ricevere la Comunione era solo cosa secondaria. Ciononostante Lutero sosteneva ancora la Presenza di Cristo nel pane al momento della Comunione, ma negava fortemente il Sacrificio della Messa. Per lui l’altare non poteva perciò mai essere il luogo del Sacrificio. Da questa negazione della vera natura della Messa possiamo meglio comprendere la rottura che si ebbe nella liturgia protestante, liturgia completamente diversa da quella della Chiesa Cattolica. Noi comprendiamo ugualmente meglio la ragione per la quale il Concilio di Trento ha definito la fede cattolica in ciò che concerne la natura del Sacrificio eucaristico: questo Sacrificio è una vera forza per la nostra salvezza. Nel Sacrificio di Gesù Cristo, il Sacerdote sostituisce Cristo stesso. Con l’ordinazione diventa un vero «alter Christus». Con la Consacrazione il pane è trasformato nel Corpo di Cristo ed il vino nel Suo Sangue. Questa rinnovazione del Suo Sacrificio è una adorazione di Dio.
Il Concilio specifica che questo Sacrificio non è un nuovo Sacrificio, indipendente dal Sacrificio unico della Croce: dipende piuttosto da questo Sacrificio unico di Cristo, rinnovato in modo incruento, rendendo tuttavia sostanzialmente presenti il Corpo ed il Sangue di Cristo, che rimangono però sotto le apparenze di pane e di vino. Non esiste, di conseguenza, un nuovo valore del Sacrificio: ma Gesù Cristo produce e riattualizza piuttosto costantemente nella Messa il frutto infinito del Sacrificio cruento della Croce. Ne deriva che l’atto del Sacrificio si compie al momento della Consacrazione. L’Offertorio (con il quale il pane ed il vino sono preparati in vista della Consacrazione) e la Comunione sono parti integranti della Messa. Ma la parte essenziale è la Consacrazione con la quale il sacerdote, nella persona di Cristo, e nello stesso modo, pronuncia le parole della Consacrazione usate da Cristo.
Da ciò si comprende che la Messa non è e non può essere una semplice celebrazione di
comunione, o un semplice ricordo o memoriale del Sacrificio della Croce, ma la
riattualizzazione reale incruenta del Sacrificio della Croce.
Perciò la Messa quale vero rinnovamento del Sacrificio della Croce è sempre essenzialmente una adorazione di Dio, offerta solo per lui. Questa adorazione dà immediatamente luogo ad altri atti collegati, quali sono: la lode, l’azione di grazie per tutte le grazie ricevute, il dolore dei nostri peccati, la domanda di grazie indispensabili. La Messa può certamente essere offerta per una o per tutte queste intenzioni diverse. I capitoli ed i canoni della ventiduesima sessione del Concilio di Trento hanno disposto e promulgato insieme queste nozioni dottrinali.

Gli anatemi del Concilio di Trento.

Questa natura fondamentalmente teologica della Messa ha molteplici conseguenze. La prima riguarda il Canone della Messa. La liturgia romana ha sempre previsto un solo Canone introdotto ed usato dalla Chiesa molti secoli fa. Il Concilio di Trento afferma espressamente, al capitolo IV, che questo Canone non può contenere alcun errore; in realtà contiene ciò che è pieno di santità e di pietà, e ciò che eleva le anime a Dio. La composizione di questo Canone è basata sulle parole stesse di Gesù, sulla tradizione degli Apostoli e sulle prescrizioni dei santi Papi. Il canone 6 al capitolo IV commina la scomunica a coloro che sostengono che il Canone della Messa contiene errori e deve, di conseguenza, essere abolito. Al capitolo V, il Concilio afferma che la natura umana necessita di segni esteriori che servano ad elevare lo spirito verso le cose divine. Per questa ragione la Chiesa ha introdotto alcuni riti e segni: la preghiera silenziosa o vocale, le benedizioni, i ceri, l’incenso, i paramenti sacri ecc. La maggior parte di questi segni traggono la loro origine dai precetti o tradizioni apostoliche. Grazie a questi segni visibili di fede e di pietà viene sottolineata la natura sublime del Sacrificio. Tali segni fortificano ed incoraggiano i fedeli nella loro meditazione sugli elementi divini contenuti nel Sacrificio della Messa. Per salvaguardare questa dottrina, il canone 7 commina la scomunica a coloro che ritengono che questi segni conducano all’empietà e non alla pietà. Questo è un esempio per ciò che ho detto sopra: questo genere di dichiarazione, ed il canone che la sanziona, comportano un senso eminentemente teologico e non semplicemente disciplinare. Al capitolo VI il Concilio mette in evidenza il desiderio della Chiesa di vedere che tutti i fedeli presenti alla Messa ricevano la Santa Comunione; dichiara però che nel caso in cui il sacerdote che celebra la Messa sia il solo a comunicarsi, questa Messa non deve esser chiamata privata, nè essere criticata o vietata per questo. Perchè in tal caso i fedeli ricevono la Comunione spiritualmente e, d’altronde, tutti i sacrifici offerti dal sacerdote in veste di ministro ufficiale della Chiesa, sono offerti a nome di tutti i membri del Corpo Mistico di Cristo. Il canone 8 commina dunque della scomunica a tutti coloro che dicono che tali Messe sono illecite e che esse devono di conseguenza essere vietate. Ciò costituisce una nuova dichiarazione di ordine teologico.
Il capitolo VIII è dedicato alla lingua particolare da usare nel culto della Messa. Sappiamo che tutte le religioni si servono di una lingua sacra per il loro culto. Durante i primi tre secoli la Chiesa Cattolica Romana si servì del Greco che era la lingua comune nel mondo latino. Dal quarto secolo il Latino divenne la lingua comune in tutto l’Impero Romano e lo restò per secoli nella Chiesa Cattolica Romana quale unica lingua di culto. E naturalmente il Latino divenne anche la lingua utilizzata nel rito Romano particolarmente nel suo centro, la Messa. Questa situazione si mantenne anche quando il Latino fu rimpiazzato, in quanto lingua vivente, dalle lingue viventi Romanze.

Il Concilio di Trento: Il Latino e il silenzio

Domandiamoci ora perchè non c’è più stato un nuovo cambiamento. La risposta è che la Divina Provvidenza interviene anche per cose di second’ordine. Per esempio: la Palestina con il centro di Gerusalemme è il luogo dove Gesù Cristo ha operato la Redenzione. Ma Roma è divenuta il centro della Chiesa Cattolica. Pietro non è nato a Roma ma è venuto a Roma perchè era il centro dell’Impero Romano che voleva dire allora del mondo. Ciò ha permesso di propagare la fede in tutto il mondo allora conosciuto da un centro riconosciuto con tutte le possibilità inerenti allora. Fu un elemento umano e storico nel quale certamente intervenne la Divina Provvidenza.
Lo stesso fenomeno linguistico si trova anche in altre religioni. Per i Musulmani la vecchia
lingua Araba è morta e pertanto resta la lingua liturgica, la lingua del culto religioso. Per gli
Indù è il Sanscrito. A causa di questo necessario legame con il soprannaturale tutti i culti richiedono del tutto naturalmente una lingua propria religiosa che non può essere una lingua «volgare».
I padri del Concilio sapevano perfettamente che la maggior parte dei fedeli che allora assistevano alla Messa non sapevano il Latino e neppure potevano leggere la traduzione essendo generalmente analfabeti ed illetterati. Ma sapevano anche che la Messa contiene molte parti di istruzioni per i fedeli. Tuttavia essi non approvarono la opinione dei Protestanti che fosse indispensabile celebrare la Messa solo in vernacolo. Al fine di favorire l’istruzione dei fedeli, il Concilio ordinò di mantenere ovunque l’antica tradizione approvata dalla Santa Chiesa Romana, la quale è madre e maestra di tutte le chiese, di aver cura cioè di spiegare alle anime il mistero centrale della Messa.
Il canone 9 commina perciò la scomunica a coloro che affermano che la lingua della Messa deve essere solo il vernacolo. E’ il caso di evidenziare che, sia nel capitolo che nel canone, il Concilio di Trento ha rifiutato l’esclusività della lingua «volgare» nei riti sacri ma non un uso limitato ed eccezionale. Anche in questo caso dobbiamo di nuovo considerare il fatto che il carattere di tutti questi regolamenti conciliari non è unicamente disciplinare, ma è fondato su considerazioni dottrinali e teologiche che coinvolgono la stessa fede.
Una delle ragioni di tutto ciò è anzitutto la venerazione dovuta al mistero della Messa. Il decreto che segue questo capitolo e questo canone e che riguarda ciò che deve essere
osservato ed evitato durante la celebrazione della Messa, dichiara che «l’assenza di venerazione non può essere considerata come separata dall’empietà». L’irriverenza sottende sempre l’empietà. In più, il Concilio ha voluto salvaguardare le idee espresse nella Messa; e la precisione del Latino preserva il contenuto da una interpretazione equivoca e da eventuali errori dovuti ad una imprecisione linguistica.
Per queste ragioni la Chiesa ha sempre difeso la lingua sacra e, più vicino a noi, il Papa Pio XI ha espressamente dichiarato che la lingua impiegata doveva essere «non vulgaris». Per queste stesse ragioni il canone 9 comminò la scomunica a coloro che affermano che il rito della Chiesa Romana, nel quale una parte del Canone e le parole della Consacrazione sono pronunciate silenziosamente, deve essere condannato. Anche il silenzio ha un fondamento teologico.Per concludere, noi troviamo nel primo canone del decreto di riforma, alla ventiduesima sessione del Concilio, altre regolamentazioni che hanno un aspetto disciplinare, ma che completano ugualmente la parte dottrinale: niente è più adatto a portare i fedeli ad una comprensione approfondita del mistero che la vita e l’esempio dei ministri di culto. Questi ultimi devono modellare la loro vita ed il loro comportamento in vista di questo fine; ciò deve sgorgare dal loro vestito, da tutto il loro contegno e dai loro discorsi. In tutto ciò essi devono essere degni, modesti e religiosi. Essi sono ugualmente tenuti ad evitare anche i più piccoli errori, poichè, nel loro caso, un piccolo errore diviene grave. Questa è la ragione per cui i superiori devono esigere dai ministri sacri che vivano secondo l’uso propriamente clericale trasmesso dall’insieme della tradizione.

La Messa di San Pio V e la Messa di Paolo VI.

Adesso ci è più facile valutare e comprendere il fondamento teologico delle discussioni e delle regole del Concilio di Trento in ciò che concerne la Messa, considerata come l’apice della liturgia sacra. Possiamo ora meglio comprendere il fascino teologico della Messa Tridentina quale risposta alla seria sfida del Protestantesimo, non soltanto per quell’epoca storica, ma anche come modello per la Chiesa e la riforma liturgica del Vaticano II.
In primo luogo dobbiamo determinare il vero senso di questa riforma. Proprio per la Messa
Tridentina ci siamo domandati che cosa ha fatto il Papa Pio V per rispondere ai desideri dei padri del Concilio di Trento per poter comprendere quale è la retta denominazione della riforma uscita, come si dice, dal Concilio Vaticano II. Dobbiamo dire che è «la Messa della commissione liturgica postconciliare». E un semplice sguardo alla costituzione del Vaticano II sulla liturgia ci dice che la volontà del Concilio e la volontà della commissione che ha fatto la riforma spesso non solo non coincidono, ma si oppongono in maniera evidente.
Passiamo brevemente in rassegna le principali differenze tra le due riforme, in modo da stabilire il rispettivo valore attrattivo – teologico.
In primo luogo la Messa di Pio V, nel contesto della eresia Protestante, pose l’accento sulla verità centrale secondo la quale la Messa è un Sacrificio. Ciò risulta dalle discussioni teologiche e dalle prescrizioni specifiche del Concilio di Trento. La Messa di Paolo VI (così chiamata perchè la commissione liturgica incaricata della riforma dopo il Vaticano II ha lavorato sotto la responsabilità definitiva del Papa) mette più che altro in luce la parte integrante della Messa quale è la Comunione, con il risultato che il Sacrificio viene trasformato in ciò che si può chiamare un pasto: «la Cena del Signore». Lo spazio importante accordato poi alle letture e alla predicazione nella nuova Messa, e la stessa possibilità data al sacerdote di aggiungere discorsi e spiegazioni personali, è una riflessione in più su ciò che è legittimo chiamare un adattamento all’idea Protestante del culto.
Il filosofo francese Jean Guitton dice che il Papa Paolo VI gli confidò che era nelle sue intenzioni di assimilare il più possibile la nuova liturgia cattolica al culto Protestante. Evidentemente si deve verificare il reale senso di questa affermazione, perchè tutto l’insegnamento di Paolo VI dette prova della sua assoluta ortodossia, come, in particolare, la sua eccellente enciclica, Mysterium Fidei, pubblicata prima della chiusura del Concilio così come il «Credo del Popolo di Dio». Allora ci si deve domandare come spiegare questa dichiarazione contraria?
Continuando questo nostro discorso possiamo cercare di comprendere la nuova posizione dell’altare e del sacerdote. Secondo gli studi ben fondati di Mons. Klaus Gamber sulla posizione dell’altare nelle antiche basiliche romane e altrove, il criterio dell’antica posizione non era che l’altare dovesse essere rivolto verso l’assemblea dei fedeli, ma che piuttosto dovesse essere girato verso l’Oriente, simbolo del sole nascente che rappresenta Cristo, colui che si doveva adorare. La posizione tutta nuova dell’altare, così come la posizione del sacerdote verso il popolo, vietate una volta, divengono oggi segno di una Messa concepita come riunione della comunità. In secondo luogo nell’antica liturgia il Canone è il centro della Messa, intesa come un Sacrificio. Secondo la testimonianza del Concilio di Trento il Canone stesso risale alla tradizione degli apostoli ed è stato sostanzialmente già completo ai tempi di Gregorio Magno, ca. l’anno 600. La Chiesa Romana non aveva mai avuto altri Canoni. Il passo stesso del «mysterium fidei» nella formula della Consacrazione è un’antica tradizione che Innocenzo III testimonia esplicitamente in una risposta data all’Arcivescovo di Lione. Anche San Tommaso d’Aquino dedica un articolo della sua Somma Teologica alla stessa giustificazione del «mysterium fidei». Ed il Concilio di Firenze confermò esplicitamente il «mysterium fidei» nella formula della Consacrazione.
Ci si può dunque giustamente domandare con quale ragione e diritto ai nostri giorni il «mysterium fidei» è stato eliminato dalle parole della Consacrazione che è il centro più sacro di tutta la Messa? Parimenti è stato accordato il permesso di usare altri Canoni. Il secondo, che non menziona il carattere sacrificale della Messa, ha senza dubbio il merito di essere il più corto, ma ha, di fatto, soppiantato del tutto l’antico Canone Romano. E così abbiamo perduto il profondo senso teologico ed insieme la certezza garantita dalla tradizione e da un Concilio Ecumenico Dogmatico.
Il mistero del Sacrificio divino è attualizzato in tutti i Riti, anche se in modi differenti. Nel caso del Rito Latino esso fu sottolineato dal Concilio di Trento con la lettura silenziosa del Canone. Cosa che è stata abbandonata nella nuova Messa con la dizione del Canone ad alta voce.
In terzo luogo la riforma che seguì il Vaticano II ha distrutto o cambiato la ricchezza del simbolismo liturgico mentre questi simboli con il loro profondo senso sono stati conservati gelosamente in tutti i Riti orientali. Il Concilio di Trento aveva sottolineato l’importanza di questo simbolismo. Questo fatto è stato, del resto, deplorato pure da un celebre psicanalista ateo che ha definito il Concilio Vaticano II il «Concilio dei contabili»!

La Messa in volgare.

La riforma liturgica ha totalmente distrutto un principio teologico che, pure, era stato affermato sia dal Concilio di Trento come dallo stesso Vaticano II dopo una lunga e approfondita discussione, alla quale io assistevo per cui posso affermare che la chiara risoluzione maturata in una tale discussione è stata chiaramente e sostanzialmente riaffermata nel testo votato dall’Assemblea e che fa parte della Costituzione liturgica. Questo principio è che la lingua Latina deve essere conservata nel rito Latino. Esattamente come lo permetteva il Concilio di Trento, la lingua vernacola è stato ammessa limitatamente dai padri conciliari anche del Vaticano II solo come una eccezione.
Nella riforma di Paolo VI è diventata una esclusività che ha inoltre praticamente soppiantato la lingua latina anche come eccezione. Le ragioni teologiche del mantenimento del Latino per la Messa, stabilite dai due Concili, appaiono ben giustificate alla luce delle conseguenze dell’usoesclusivo del vernacolo introdotto dalla riforma liturgica postconciliare. La Messa stessa è stata spesso volgarizzata dall’uso del vernacolo e anche gravi errori dottrinali o malintesi sono il risultato della traduzione del testo originale latino.
In più, il vernacolo non fu permesso prima non solo nemmeno a persone che erano illetterate, ma anche a quelle che erano del tutto estranee le une alle altre. Ai nostri giorni le differenti lingue e anche dialetti dei Cattolici di tribù o nazioni diverse possono essere utilizzati per il culto, mentre viviamo in un mondo che diviene di giorno in giorno sempre più piccolo: questa Babele nel culto pubblico ha per risultato la perdita dell’unità esterna in seno alla Chiesa Cattolica diffusa nel mondo intero che una volta era unita in una voce comune; proprio ora che si mette l’accento sulla vita comunitaria anche nel culto, si è abbandonata questa voce comune.
In più: questa situazione è divenuta molte volte la causa di disunione interna in seno alla Messa, la quale doveva essere il centro ed anche l’espressione della concordia interna ed esterna dei Cattolici di tutto il mondo. Abbiamo molti esempi di questo fatto di disunione dovuta all’uso della lingua volgare.
Aggiungiamo un’altra considerazione di ordine assai pratico: una volta qualunque sacerdote poteva dire la Messa in tutto il mondo per tutte le comunità di qualunque lingua vernacola e tutti i sacerdoti comprendevano il Latino. Sfortunatamente ai nostri giorni nessun sacerdote può dire la Messa dappertutto. Dobbiamo ammettere che in qualche decennio, dopo la riforma della lingua liturgica, noi abbiamo perduto questa possibilità di poter pregare e cantare insieme, anche nelle grandi assemblee comunitarie internazionali come nei Congressi Eucaristici e perfino negli incontri con il Papa che è il centro e l’espressione di questa nostra unità interna ed esterna.
Finalmente dobbiamo considerare alla luce del Concilio di Trento con preoccupazione il comportamento di non pochi ministri sacri: questo Concilio ha sottolineato lo stretto rapporto che esiste tra il loro comportamento ed il loro sacro ministero. Il corretto comportamento clericale nel vestito, contegno ed atteggiamento incoraggia la gente ad accettare ciò che dicono ed insegnano i loro pastori. Sfortunatamente, il comportamento meno esemplare di numerosi sacerdoti fa oggi spesso dimenticare la differenza ontologica tra il ministro sacro ed il laico ed accentua una deplorevole disuguaglianza tra il sacro ministro e la sua natura di «alter Christus».

Riassumendo le nostre riflessioni possiamo dire che l’attrattiva teologica della Messa Tridentina fa riscontro alle deficienze teologiche della Messa uscita dal Vaticano II. Per questa ragione i «Christi Fideles della tradizione teologica devono continuare a manifestare in uno spirito di obbedienza ai Superiori legittimi il loro giusto desiderio e la loro preferenza pastorale per la Messa Tridentina.

Alfons Maria Card. Stickler

I dieci vantaggi della S. Messa di Sempre

Sancta Missa 36

di Padre Mark
priore benedettino a Tulsa, USA
Il 17 Dicembre 2010 segnerà il quinto anniversario del mio celebrare davanti all’altare ad orientem per il Santo Sacrificio della messa. Ho iniziato a offrire la S. Messa esclusivamente ad orientem presso il monastero della Croce gloriosa, dove ho servito per un certo numero di anni come cappellano. Ho preparato il cambiamento nell’avvento 2005 con un’appropriata catechesi mistagogica e pastorale.
Poi è venuto Summorum Pontificum
Dopo il 14 settembre 2007, il Summorum Pontificum ha reso molto più facile celebrare il rito tradizionale della Santa Messa e, dopo aver iniziato la mia missione a Tulsa, ho celebrato in forma straordinaria ogni giorno, non avendo alcun desiderio e non vedendo alcuna necessità, nel contesto della vita monastica contemplativa, di celebrare in forma ordinaria.
Nessun ritorno
Ciò detto, dopo cinque anni di celebrazione ad orientem, posso dire che mai ho voglia di ritornare in posizione versus populum. Quando viaggio, io sono, tuttavia, talvolta obbligato a celebrareversus populum, in particolare in Irlanda, in Francia e in Italia; ciò mi lascia una sensazione di inadeguatezza estrema. Soffro di quello che potrei solo descrivere come una mancanza di sacro pudore, o di modestia di fronte ai Santi Misteri. Quando sono obbligato a celebrare versus populum, mi sento visceralmente, per così dire, che c’è qualcosa di molto sbagliato – teologicamente, spiritualmente e antropologicamente – nell’offerta del Santo Sacrificio girato verso l’assemblea.
Dieci vantaggi
Quali sono i vantaggi di stare all’altare rivolto ad orientem, come li ho sperimentati negli ultimi due anni [ossia, utilizzando la forma straordinaria: gli ultimi due anni sono successivi al motu proprio]? Me ne vengono subito alla mente dieci:
  1. Il Santo Sacrificio della Messa è percepito con una direzione e una messa a fuoco teocentriche
  2. Ai fedeli è risparmiato il faticoso clericocentrismo che ha tanto sopraffatto la celebrazione della Santa Messa negli ultimi quarant ‘anni.
  3. E’ diventato di nuovo evidente che il canone della messa (Prex Eucharistica) è indirizzato al Padre, dal sacerdote, in nome di tutti.
  4. Il carattere sacrificale della Messa è meravigliosamente espresso e affermato.
  5. Quasi impercettibilmente si scopre la giustezza di pregare in silenzio in alcuni momenti, di recitare alcune parti della messa dolcemente e di cantillare gli altri.
  6. Offre al sacerdote celebrante il vantaggio di una santa modestia.
  7. Mi trovo sempre più identificato con Cristo, eterno sommo sacerdote e Hostia perpetua, nella liturgia del Santuario celeste, oltre il velo, davanti al volto del Padre.
  8. Durante il canone della messa ricevo la grazia di un profondo raccoglimento.
  9. Le persone sono diventate più riverenti nel loro comportamento.
  10. L’intera celebrazione della Santa messa ha guadagnato in riverenza, attenzione e devozione.

fonte: vultus.stblogs.org

traduzione: messainlatino.it

La partecipazione alla Sacra Liturgia

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di don Marino Neri

È possibile affermare che, senza alcun dubbio, la ragion d’essere dei segni propri della Liturgia derivano dalla natura umana, considerata nella sua realtà ad un tempo corporea e spirituale; essa deriva anche dal mistero dell’Incarnazione, grazie al quale l’accesso al Dio invisibile diventa possibile attraverso l’umanità reale di Gesú Cristo. Infatti, come l’umanità di Cristo è lo strumento dell’azione salvifica del Verbo, i segni liturgici contengono e trasmettono la potenza salvifica di Dio; per mezzo di essi la grazia di Dio è comunicata o intensificata in tutti coloro che hanno già ricevuto la giustificazione, l’adozione divina e l’incorporazione nella Chiesa. È certo che la comprensione dei segni liturgici è inclusa nella partecipazione cosciente e fruttuosa alla Liturgia; tuttavia, anche se questi segni esercitano comunque, con la loro semplice presenza, un ruolo pedagogico nei confronti di coloro che li percepiscono con una coscienza limitata dal punto di vista del loro contenuto, essi esigono la presenza di una mistagogia permanente e di una formazione, basate sulla catechesi liturgica, tali da permettere sia ai fedeli sia ai ministri di progredire nella conoscenza del mistero che viene celebrato. Questa precisazione è particolarmente importante quando si è alla presenza di un rito che non è celebrato abitualmente, come per esempio del rito delle ordinazioni o della dedicazione di una nuova chiesa. Niente è piú nocivo alla partecipazione spirituale dei fedeli ad una celebrazione liturgica, dell’atteggiamento troppo frettoloso o distratto del celebrante, o del compimento meccanico dei suoi gesti liturgici.

Vi sono tre termini, derivati da una preghiera tradizionale, che riassumono bene l’atteggiamento che dovrebbe essere proprio di ogni celebrante: “degno”, “attento”, “devoto”, tant’è vero che lo stesso celebrante è un segno. In quanto persona consacrata e strumento dell’azione di Cristo glorioso, che è l’autore principale delle azioni sacramentali, il ministro ordinato, al pari del fedele laico deputato in base alle norme del diritto, deve lasciare trasparire il mistero che viene celebrato, in modo tale che la comunità possa essere in grado di percepire che il ministro non è un attore di teatro, né un funzionario, ma un credente attento alla presenza ineffabile di Colui che non può essere visto con gli occhi della carne, ma che è piú reale di tutto ciò che appartiene all’universo dell’esperienza sensibile.

Degna” Una celebrazione liturgica “degna” dev’essere innanzi tutto impregnata della bellezza del luogo in cui si svolge, e degli oggetti del culto che vi sono impiegati, anche se si tratti di una bellezza semplice ed essenziale. Essa comporta anche l’accuratezza dei paramenti liturgici e la qualità dei vasi sacri. Di contro, se una tale celebrazione riveste un aspetto teatrale, essa non può essere considerata come veramente “degna”; infatti, lungi dall’essere uno spettacolo, una celebrazione liturgica ha una dimensione innanzi tutto religiosa e spirituale. Infine, questa nozione della dignità include la necessità che le celebrazioni siano accompagnate con dei movimenti appropriati alla Liturgia, dei movimenti cioè che siano compiuti senza fretta, con una certa posatezza ed eleganza, ma senza affettazione.

Attenta” Una celebrazione liturgica dev’essere poi “attenta”, il che esige uno sforzo particolare da parte del celebrante, affinché, nella misura del possibile, eviti le distrazioni, soprattutto quelle volontarie. Quest’aggettivo “attenta” permette di insistere sulla volontà del celebrante di concentrare il suo spirito, il che esige una disciplina dei sensi atta ad evitare di lasciarsi distrarre dai tanti oggetti che cadono sotto il suo sguardo e distolgono la sua attenzione. La musica, evidentemente, non costituisce in sé un ostacolo per questa attenzione, poiché essa fa parte integrante della partecipazione del coro e dei fedeli; l’attenzione esige anche il silenzio, e cioè innanzi tutto il “silenzio interiore”, o, se si vuole, un cuore placato e calmo, il che a sua volta implica evidentemente il silenzio esteriore, del clero, dei chierichetti e dei fedeli.

Devota” Infine, la celebrazione dev’essere “devota”, il che significa che è necessaria un’attitudine intrisa di rispetto, di amore di Dio, di senso religioso e di attenzione nei confronti di ciò che è “l’unica cosa necessaria” (Lc 10, 42). In francese l’aggettivo “devoto” può essere reso col termine “pio”. È possibile definire questo termine nel modo seguente: “una persona devota è quella che è cosciente che la sua vita non ha alcun senso se non è collegata intimamente a Dio”; in altri termini, si tratta dell’attitudine di colui che vuol vivere in maniera totalmente coerente con la sua consacrazione battesimale, seguendo il programma che San Paolo riassume in poche parole: “Se viviamo, viviamo per il Signore; se moriamo, moriamo per il Signore. Vivi o morti, noi apparteniamo al Signore” (Rom 14, 8). Questo significa che una persona devota è “totalmente votata al Signore”. Colui che partecipa ad una azione liturgica non dovrebbe giungere alla celebrazione senza una adeguata pausa, passando cioè immediatamente dalle preoccupazioni profane, anche se buone e rispettabili, alla preghiera comunitaria. È necessario rispettare un certo lasso di tempo, anche breve, caratterizzato dal silenzio, dal raccoglimento e dalla preghiera. Un esempio eclatante, a riguardo, è quello dei monaci che prima di entrare nella chiesa del monastero per celebrarvi l’Ufficio Divino anche chiamato Liturgia delle Ore restano in piedi e in silenzio nel chiostro, allo scopo di raccogliere il loro spirito prima di iniziare la salmodia. La stessa finalità hanno in vista le preghiere che il celebrante recita nel rivestire i paramenti liturgici, appena prima della celebrazione.

In conclusione, si può affermare che le riflessioni appena esposte derivano dalla prima tra le disposizioni richieste per una partecipazione autentica alla celebrazione liturgica: la fede, che sola svela i diversi significati, molto ricchi, dei segni liturgici; la fede, che sola permette al ministro ordinato di calarsi nel ruolo sacro di strumento di Cristo e di servitore del suo Corpo, la Santa Chiesa; la fede, che sola, consente alle persone di non trascurare i segni liturgici come superflui, ma di lasciarsi umilmente ammaestrare da essi.

fonte: santantoniolinarolo.blogspot.it